Ricordo la prima volta che sono partito per il Sudest
Asiatico per fare ricerca. All’ufficio dell’assicurazione internazionale, dopo
aver firmato mille documenti, il tipo mi stringe la mano e mi fa: “Allora buon
viaggio e buon divertimento!”.
Ecco, vorrei chiarire una cosa. D’accordo che un
etnomusicologo magari viaggia e vede (eventualmente) posti magnifici. Ci sta.
Ma io non vado in vacanza. Io vado a lavorare e a studiare. E non è facile,
credetemi. Uno pensa: parti per il Sudest Asiatico, spiagge tropicali, cocktail
di noci di cocco, palme, sole. E invece ci si becca riso strabollito, pollo
fritto e pioggia tutti i giorni, per mesi.
Con l’intento di sfatare un po’ di miti, e per far capire
che cosa vuol dire fare “ricerca sul campo”, ora vi racconto un po’ di cose che
sono successe in quel di Sulawesi, Indonesia, qualche settimana fa.
SULAWESI
LE MOTIVAZIONI DELLA
RICERCA
Nel caso in cui si voglia svolgere un periodo di ricerca su
una cultura musicale presente in un determinato luogo, è bene scegliere un
aspetto o un argomento che ancora non è stato studiato. In questo modo,
l’eventuale studio risulterà più interessante, e contribuirà attivamente ad
allargare le conoscenze dell’umanità, magari aggiungendo un piccolo tassello a
gigantesche questioni come “Chi siamo, e dove andiamo?”. La scelta è quindi un
momento cardine, dal quale dipende tutto l’andamento della ricerca.
Febbraio 2015. Io e Ilaria siamo davanti alla cartina
dell’Indonesia appesa sul nostro muro. La conversazione storica è stata:
“Oh, andiamo
a fare ricerca a Sulawesi.” dico io
“Perché?”
chiede lei
“Guarda, ha
la forma della Kappa dei cereali Kelloggs, te pare che non c’è qualcosa?”
Appunto.
LA PREPARAZIONE DELLA
RICERCA
Un bravo ricercatore è a conoscenza della letteratura relativa
al suo campo di studio. Ha letto di ogni parola degli articoli e libri dei
mitici predecessori, che esploravano il campo con elmetto coloniale, facendosi
strada nella foresta pluviale a colpi di machete. Lo studio di queste opere
prima della partenza permetterà al novello ricercatore, una volta giunto sul
campo, di avere un quadro molto chiaro delle cose da osservare, delle
informazioni da ottenere, dei luoghi che è necessario visitare. Inoltre, ai
giorni nostri un bravo ricercatore non può limitarsi alla lettura delle opere
nelle lingue che padroneggia: un bravo ricercatore deve saper almeno
leggiucchiare inglese, francese, tedesco, perché nulla può essere lasciato al
caso.
Io e Ilaria nella biblioteca dell’università indonesiana
dove studiamo. Cerchiamo libri in inglese sulla cultura delle popolazioni Bugis
di Sulawesi, la musica dei quali sembra non sia stata molto indagata.
Troviamo tre
volumi.
Trecento
pagine l’uno.
Tutte in
lingua indonesiana.
Maledizione.
D’altra
parte, non bisogna dimenticare che, per quanto ci si possa voler preparare
teoricamente, la ricerca sul campo è un’esperienza da vivere in prima persona.
Non c’è libro che possa sostituire l’acuto occhio e l’attento orecchio del
ricercatore, né esiste preparazione che possa garantire la giusta dose di
fortuna necessaria per essere al posto giusto e al momento giusto. Inoltre il
ricercatore non deve dimenticare di sfruttare ogni mezzo per riuscire ad
ottenere le informazioni necessarie. Le potenti nuove tecnologie rientrano tra
queste, e Internet è spesso un ottimo punto di partenza.
Accantonata
l’idea di leggere i mattoni, cerchiamo febbrilmente informazioni sulla rete.
Esce un video su Youtube. Trepidanti, apriamo il link. Si tratta di un
documentario sui Bissu, sciamani della popolazione dei Bugis, che fanno da
tramite tra il mondo umano e quello soprannaturale. Video pessimo. Audio non ne
parliamo. La musica che accompagna il rituale è un concentrato di cacofonie.
Tra i video correlati, spendenti stelle del migliore pop indonesiano. La
ricerca su internet deriva alla grande.
Mi viene in
mente quella parte del film di Indiana Jones in cui si dice che il ricercatore
“passa la maggior parte del suo tempo in biblioteca, e la X non indica mai il
punto dove scavare”. Comunque, la decisione è presa. Che sia una ricerca sulla
musica dei rituali sciamanici dei Bissu.
CERCARE I CONTATTI
Avere già i giusti contatti sul campo è una buona cosa.
Quando si arriva in un posto mai visitato, e soprattutto se non si
padroneggiano i dialetti locali, è bene viaggiare con qualcuno di fiducia che
possa intercedere per te. Il contatto sul campo contratta per l’affitto dei
mezzi di trasporto. Ti presenta a eventuali capi-villaggio o importanti
personalità del luogo. Conosce il luogo, e in quali posti è possibile andare a
mangiare e dove si trovano posti sicuri per riposare. Inoltre, essendo un uomo
del luogo che ha già visto molte delle cose che l’eventuale ricercatore va
indagando, può essere utile anche come informatore, e chiarire i molti dubbi
che immediatamente assilleranno un ricercatore attento e curioso.
Dipartimento di Etnomusicologia della solita università
indonesiana, tre giorni prima della partenza. Parliamo con il professor Amir,
originario di Sulawesi, che si era offerto di accompagnarci. “Spiacente
ragazzi, ma non posso venire con voi, ho un impegno improvviso. Dovete andare
da soli. Però posso darvi il contatto di alcuni amici che sono là. Mi devono
qualche favore e se riesco a ricattarli magari vi aiutano.”
Proprio come da manuale.
ACCESSORI E PARTENZA
Un buon ricercatore deve essere pronto ad affrontare ogni eventualità.
La sua valigia deve essere leggera, adatta tanto a un percorso di montagna
nella foresta pluviale o in una palude. Non è sicuro della natura delle
strutture ospitanti una volta arrivato sul campo, né se sarà possibile
procurarsi beni di prima necessità. Per questo è bene avere con sé vestiti
buoni per ogni occasione, senza dimenticare di portare abiti più o meno
“formali” per le occasioni ufficiali nelle quali potrebbe essere coinvolto. La
scelta della giusta strumentazione per registrazioni audio e video è anche di
vitale importanza: bisogna avere la sicurezza di poter registrare lunghe sessioni
con alta qualità.
30 marzo
2015. Sull’aereo per Makassar, capitale della provincia meridionale di
Sulawesi:
“Hai preso
l’asciugamano?”
“No, l’ho
dimenticato. Tu hai preso il cavalletto della fotocamera?”
“…”
Perfetto.
ARRIVO SUL CAMPO
La fortuna è un elemento essenziale di ogni ricerca sul
campo. Fortuna serve per contattare le persone giuste. Instaurare un buon
rapporto con i locali è fondamentale per riuscire ad ottenere aiuto e
informazioni. Fortuna serve per trovarsi al posto giusto al momento giusto: ciò
è fondamentale soprattutto nel caso si stia lavorando all’interno di contesti
rituali. Non è infatti detto che il calendario delle celebrazioni preveda una
festività proprio durante il periodo di ricerca che si intende spendere sul campo.
Arrivati a Makassar, entriamo miracolosamente in contatto
con il signor Yusri, uno degli amici ricattati dal professore di cui sopra. Yusri
ci porta a casa di amici a Maros, una piccola città vicino alla capitale Makassar.
Maros è una buona base per andare nelle città di Bone e
Pangkep, dove sembra siano ancora presenti i nostri sciamani Bissu. Il giorno
dopo saltiamo in macchina e ci dirigiamo a Pangkep, nella speranza di parlare
con qualche sciamano o qualche musicista.
Arriviamo, e veniamo ricevuti. Dopo qualche domanda
preliminare, scopriamo che il rituale principale viene tenuto a Novembre. Il
resto dell’anno non si celebra nulla. Siamo decisamente fuori tempo massimo. Un
po’ avviliti, ma con la speranza di tornare un prossimo Novembre, risaliamo in
auto.
Non sapendo che fare, il signor Yusri ci propone di andare a
visitare alcuni amici che vivono in un villaggio tradizionale lì intorno. E’
utile, ci dice, così capite come vivono i Bugis da queste parti. Effettivamente
ha ragione. Accettiamo senza compromessi.
Arriviamo in questo villaggio, e immediatamente una torba di
bambini adoranti ci si fa intorno. Tutti vogliono una foto. Facciamo circa
un’ora di cosiddetto photo-shooting: senza di noi dentro, con noi dentro, con
tutte le bambine, con tutti i maschietti, con le vecchiette. Stringiamo la mano
a tutto il villaggio. Finita l’incombenza, saliamo sulla casa-palafitta
tradizionale dei Bugis. Lì, alcuni uomini ci aspettano. Hanno delle taniche
piene di uno strano liquido bianco. Arak. Grappa ricavata dalla palma da cocco.
Portano i bicchieri. Iniziamo a bere. Un sapore indescrivibilmente orrendo. Ci
guardano, sorridono, riempiono di nuovo il bicchiere. Il signor Yusri sfida il
gruppo a vedere chi beve di più. Ma i Bugis non erano musulmani? Tra una cosa e
l’altra, passiamo tutta la notte là sopra, nella casa degli uomini,
ubriacandoci lentamente. A un certo punto partono le canzoni. Meno che avevamo
ripassato su Youtube prima di partire. Dopo un timido inizio, ci ritroviamo a
cantare a squarciagola “La società dei magnaccioni”.
Piccole gioie della ricerca sul campo.
SAPERSI ADATTARE
Sapersi adattare alle varie
situazioni è una capacità preziosa. Nel caso il primo obiettivo non possa
essere raggiunto, avere un piano di riserva con il quale la ricerca possa
comunque essere portata avanti è determinante. Non bisogna tralasciare dunque
di tenere più di una freccia al proprio arco.
Non avendo trovato rituali a
Pangkep, decidiamo di dirigerci verso Bone, a circa quattro ore di auto da
Makassar. Stando a quanto dicono i nostri amici-informatori locali, infatti,
anche a Bone è presente una comunità di sciamani ancora attivi. Speranzosi,
salutiamo tutti e ci dirigiamo a Bone.
Il viaggio è terrificante.
Stretti in un’auto normalmente pensata per sei posti ma caricata con undici
passeggeri, il guidatore sfida tutte le leggi della fisica su strettissime e
pericolose stradine di montagna, superando motorini, camion e altri normali
guidatori, sostenuto da un’improbabile musica da discoteca indonesiana sparata
a volumi assordanti.
Arriviamo miracolosamente a Bone,
e sempre miracolosamente la macchina ci porta davanti casa di Angel (lui
scriveva Enjel), il principale Bissu lì presente. Tutti sono molto indaffarati
nella preparazione del rituale che, scopriamo, sarà il giorno dopo. Questa è
più che fortuna. Prendiamo appuntamento per il giorno dopo e ci facciamo
indicare un albergo nelle vicinanze. Confortati che almeno abbiamo qualcosa da
fare, andiamo a prepararci per il grande giorno.
LA RICERCA
Un buon ricercatore è consapevole
che la sua presenza nel contesto studiato altera o influenza anche in minima
parte tale contesto. Sebbene ciò non possa essere evitato, è necessario cercare
di essere invadenti il meno possibile, e di avere il minimo impatto possibile
nel contesto studiato. Una buona capacità di adattamento ai costumi locali è
quindi un ottimo punto di partenza.
La mattina della celebrazione, arriviamo
a casa del capo-Bissu Enjel. Per l’occasione siamo vestiti “a modo”: niente
pantaloncini, camicia o maglietta a maniche lunghe. Quindi si muore di caldo.
Le borse con l’apparecchiatura fotografica e video non sono mai state così
pesanti e ingombranti. Pensiamo che vada bene, e invece:
Enjel: “Non potete venire vestiti
così, si tratta di una cerimonia ufficiale.”
Ricercatori: “Quindi come
dobbiamo vestirci?” [Spaventati]
Enjel: “Con i vestiti
tradizionali dei Bugis! Vi do io qualcosa, ho una boutique intera!”
Risultato:
[maledetto blog che me mette le foto girate]
PROFESSIONALITA’
Sia che si tratti di fare riprese
video, che di scattare fotografie, un buon ricercatore deve essere concentrato
e non farsi distrarre per nessun motivo. Ogni momento può essere essenziale, e
se l’attenzione del ricercatore non è focalizzata su quanto accade, potrebbe
essere impossibile ricostruire le fasi e i significati della cerimonia alla
quale si sta assistendo.
Arriviamo sul luogo della
celebrazione. Una folla spaventosa. Scendiamo dall’autobus insieme ai musicisti
e ai medium. Gli occhi di TUTTI si girano verso di noi. Riuscite a immaginare
cosa significa essere gli unici stranieri bianchi che indossano il vestito
tradizionale locale in mezzo ad una folla di indonesiani? Un assedio rende bene
l’idea.
Indonesiano n.1: “Mister, mister,
foto foto insieme!”
Ricercatori: “No, dobbiamo
riprendere la cerimonia.”
Indonesiano n.2: “Mister, foto
foto!”
Ricercatori: “No, non adesso…
dopo forse…” [sconfortati]
Indonesiano n. 3-4-5-6… 1000:
“FOTO FOTO FOTO INSIEME FOTO FOTO MISTER FOTO FOTO INSIEME FOTO FOTO FOTO FOTO”
Passiamo la prima mezzora in
posa. La cerimonia inizia. Noi siamo ancora fuori a fare maledettissime selfie,
accerchiati.
Ci tengo a sottolineare che gli
indonesiano non fanno alcuna differenza tra “mister” e “miss”. Anche se sei
donna, sei sempre “mister”.
MUSICA E RELIGIONE
In una celebrazione in cui la
musica svolge un ruolo determinante nel rituale, le due dimensioni (musicale e
religiosa) sono spesso, se non sempre, strettamente connesse. Il ricercatore
dovrà quindi fronteggiare l’ignoto, l’Orrore conradiano, l’Abisso che se lo
guardi ti guarda a sua volta. La mentalità scientifica del ricercatore, parte
integrante della sua formazione, si scontrerà inevitabilmente con credenze e
rituali selvaggi e magici, incomprensibili per la sua mente occidentale.
Prima dell’inizio della
cerimonia, improvvisamente uno dei musicisti si sente male. Si rotola a terra,
lamentandosi, occhi chiusi, tremori incontrollati. Dopo pochi minuti arriva
Enjel, il capo-Bissu, il quale chinandosi sul malato inizia a tastarlo, come
per visitarlo, allo stesso tempo dando indicazioni imperiose alle persone
circostanti, che subito scattano in ogni direzione evidentemente alla ricerca
di qualcosa. Ecco, pensiamo: la trance. La malattia. Il potere della cerimonia
e degli spiriti dei Bugis, non ancora gestito ritualmente dagli sciamani e
dalla musica, si è riversata su un povero malcapitato. Fortuna che è
intervenuto lo sciamano! Interessati, chiediamo cosa stia succedendo, dato che
tutti i discorsi fatti fino a quel momento si sono svolti nella lingua dei
Bugis, che ovviamente non padroneggiamo:
Ricercatori: “Cosa succede?”
Enjel: “Quel ragazzo si sente
male.”
Ricercatori [trepidanti]: “Certo.
Sei intervenuto su di lui con qualche potere spirituale? Hai chiesto alle
persone di andare a cercare delle erbe medicinali? O dei particolari oggetti
rituali per curarlo?”
Enjel: “No, sta male perché non
ha ancora mangiato. Ho chiesto di andare a prendere qualcosa per fargli fare
colazione.”
Ricercatori [alla sprovvista, in italiano]:
“ah, bhè certo… te pare.”
Gli indonesiani e la loro eterna fissazione
per il cibo.
[questa no, questa rimane dritta...]
INTERVISTE
Un buon ricercatore sa che
osservare e riprendere una cerimonia non è sufficiente per comprenderne a fondo
tutti gli aspetti. Per questo si rende necessario un ulteriore lavoro:
intervistare i protagonisti della cerimonia, chiedendo spiegazioni circa il
significato della musica e delle azioni rituali. E’ consigliabile svolgere tale
lavoro al termine della cerimonia, quando le impressioni sono ancora fresche
nella memoria del ricercatore, il quale potrà così fare le domande giuste e
ricostruire l’accaduto.
Al termine della cerimonia, ci
prepariamo per fare qualche domanda circa quello che abbiamo visto. Armati di
registratore, blocchiamo i musicisti per chiedere informazioni circa la musica
e il suo significato rituale:
Ricercatori: “Allora, avete
suonato per due ore accompagnando la cerimonia. Dove avete imparato? Come si
chiama questa musica? Quanti ritmi per tamburo esistono? La melodia è sempre la
stessa, o si può improvvisare?”
Musicisti [quasi in coro]: “si,
si, poi parliamo, adesso però andiamo a mangiare prima.”
Inizia un banchetto luculliano,
durante il quale ovviamente la possibilità delle interviste sfuma in un attimo.
Mai mettere un indonesiano davanti alla scelta tra un piatto di riso e
qualsiasi altra cosa. Opterà inevitabilmente la prima.
POSCRITTO
La ricerca sul campo rappresenta
una delle sfide più grandi per un studioso di tradizioni orali. Il ricercatore
deve sapersi destreggiare tra mille difficoltà, venendo a patti con aspetti
spesso scomodi della cultura locale, comprenderli e, una volta tornato a casa,
avere la lucidità di distaccarsi da essi, analizzandoli e mettendoli per
iscritto. Questa operazione non è facile, in quanto il ricercatore deve
necessariamente entrare, anche se solo in minima parte, nella cultura da
studiare, cercando di annullare per quanto possibile quel confine tra “noi” e
“loro”, operazione che spesso porta a condividere emozioni ed esperienze con
persone delle quali poi bisognerà mettere sotto una lente analitica. Il
distacco non è per nulla facile, e il ricercatore tornato a casa deve spesso
affrontare la nostalgia e la lontananza da persone con cui ha spesso stretto un
legame di amicizia, e con le quali ha condiviso un’esperienza che ha allargato
la sua visione del mondo.
L’ultimo giorno salutiamo i
musicisti, salutiamo Enjel e gli altri Bissu, e saliamo a malincuore nell’auto
che ci riporterà a sud, a Makassar, per l’inevitabile rientro. Tante le
promesse e gli accordi: torneremo, ci scriveremo, resteremo in contatto. O
almeno speriamo.
E nonostante tutte le difficoltà
e le eventuali delusioni, il gioco per me vale sempre la candela.
APPENDICE: TANA TORAJA e BALI
Dato che ci stavamo, siamo
rimasti in giro per un altro paio di settimane. Abbiamo raggiunto Tana
Toraja, quasi al centro di Sulawesi, e poi Bali. Siccome per partorire questo
post già ci ho messo diverso tempo, allego giusto qualche foto del resto del
viaggio, magari con brevi descrizioni, giusto per capire di che si parla.
Sulawesi, Tanatoraja
Tana Toraja è probabilmente uno
dei luoghi più belli dell’Indonesia. Turisticamente pronto ad accogliere orde
di visitatori, ha da offrire paesaggio meravigliosi, disseminati dalle caratteristiche
“tongkonan”, le case con il “tetto a barca”.
Il luogo attira i turisti soprattutto
per i tradizionali riti funerari. I Toraja sono protestanti, ma nella loro
cultura il culto tradizionale degli antenati e la religione cristiana risultano
fusi insieme. Sono famosi i cimiteri ricavati nelle pareti di alture montane,
dove le bare con i corpi sono sorvegliate dalle rappresentazioni dei defunti. I
corpi vengono periodicamente rimossi, puliti, lavati, e rimessi al loro posto.
Parte integrante e centrale di
una cerimonia funebre è il sacrificio di uno specifico numero di bufali e
maiali. A seconda del grado sociale del defunto, una famiglia raccoglie per
anni un numero che può arrivare fino a 24 bufali e diverse decine di maiali,
per poi sacrificarli in occasione del funerale. Per tutto il tempo che la
famiglia raccoglie il denaro sufficiente per acquistare i bufali e organizzare
la cerimonia, il defunto non è considerato ancora trapassato del tutto, e viene
nutrito e lavato come se fosse solo “malato”. Questi rituali vengono quindi
definiti “di seconda sepoltura”. In uno dei giorni della cerimonia funebre (che dura anche una settimana) alcuni uomini ballano in cerchio il Ma'badong, cantando ritmicamente gli episodi principali della vita del defunto.
Bali
L’isola di Bali, pochi chilometri
a est di Java, è di sicuro il posto più conosciuto dell’Indonesia – al punto
tale che qualcuno pensa che “l’Indonesia è a Bali” [cit.]. Al 99,9% di
religione induista, i balinesi non hanno le stesse restrizioni in uso nelle
isole a maggioranza musulmana: si trova carne di maiale e alcol. Questo,
unitamente alle sue spiagge, paradiso dei surfisti australiani, ha fatto si che
negli anni l’isola diventasse una delle più battute mete turistiche mondiali.
Più che di spiagge, che non ce ne
intendiamo poi così tanto, noi a Bali cercavamo rituali di trance e spettacoli
di teatro delle ombre, più ovviamente musica. Trovare queste cose non è affatto
facile: in tutta l’isola abbondano spettacoli di danza e musica tradizionali,
ma la maggior parte delle performance che si vedono in giro sono organizzate
per i turisti. Cercando più a fondo, nei villaggi, abbandonando la iperturistica
città di Ubud, si scopre ovviamente un intero mondo. Ma bisogna sapere dove
cercare, ed anche avere parecchia fortuna. Io e Ilaria siamo stati bravi, e abbiamo
trovato tutto.
Il Calonarang è uno spettacolo di
danza e trance in cui due maschere, il leone Barong e la strega Rangda,
combattono tra loro. Il Barong assomiglia a un cagnolone: si gratta e si rotola
per terra come un animale, ma rappresenta lo spirito protettore dell’isola, e
possiede un grande potere benefico. Rangda incarna invece il lato malvagio. La rappresentazione
del loro scontro riassume teatralmente la lotta tra i principi opposti di Bene
e Male. Al termine della battaglia, l’ordine del cosmo viene ristabilito, i due
principi sono di nuovo in equilibrio. In uno dei momenti chiave del rituale
alcuni uomini affrontano la strega brandendo dei keris (pugnali tradizionali),
ma sottomessi dal suo potere entrano in trance e si pugnalano da soli, senza però
subire alcun danno fisico. Onnipresente è la veloce musica del gamelan
balinese.
Il teatro delle ombre balinese è
diverso da quello giavanese. Più mistico (già per l'uso del fuoco come luce invece di una lampadina, in uso a Giava), più legato alla celebrazione di un
rituale, il marionettista viene considerato come un uomo dotato di un alto
potere spirituale. Attraverso di lui, i personaggi della storia che racconta
prendono vita, e le persone attendono alla rappresentazione con lo stesso
spirito con cui seguono una cerimonia religiosa.
[niente da fare, maledizione!]
La musica per il teatro delle
ombre balinesi vuole che a suonare siano quattro “gender”, una specie di
xilofoni in bronzo con risuonatori di bambù. Lo stesso strumento è presente
anche a Giava, e dato che in questi ultimi mesi mi sono impegnato a studiarlo,
ho approfittato della vacanza a Bali anche per avere un’infarinatura della
tecnica in uso a Bali per suonare questo strumento.
A Bali sono inoltre presenti i
cosidetti “nove templi direzionali”: posizionati a partire dei punti cardinali,
questi templi proteggono l’isola, e costituiscono la principale meta di
pellegrinaggio di ogni balinese. Noi abbiamo cercato di vederli tutti, senza
riuscirci – siamo arrivati a sette su nove. Alcuni erano particolarmente
suggestivi.
Alla fine so’ andato in vacanza
lo stesso, insomma.

Sulawesi eccezionale!!!
RispondiEliminaLoZio e LaZia (con tanta nostalgia...)
Le "stranezze" che racconti mi riportano al "Regno di Giovanni" descritto da Eco in Baudolino. Comunque, è vero, fa venire tanta nostalgia di quei posti.
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