La scorsa settimana mi ha visto rientrare per pochi,
brevissimi giorni in Italia. Motivo dell’inaspettato e non programmato ritorno,
un convegno sulle arti indonesiane alla Sapienza, cui io e Ilaria, la ragazza
con cui condivido l’esperienza in Indonesia, abbiamo deciso di partecipare. Il
rientro è stato tutto sommato non poco traumatico, soprattutto dal punto di
vista mangereccio: passare da riso bianco e pollo a amatriciane, salumi,
formaggi, vini e quant'altro ha richiesto non poco impegno - ma di che ti lamenti? In realtà, tutto il periodo della permanenza italiana, nonché le ore
immediatamente precedenti e successive al viaggio, ha visto l’avvicendarsi di
una serie di sfighe che ora cercherò, per quanto possibile, di riassumere.
13 novembre. Yogyakarta. Presi gli accordi per
l’accompagnamento alla stazione dei treni in motorino, grazie alla
disponibilità di alcuni amici. Il taxi costa troppo, e in generale se uno è
straniero gli chiedono pure di più ("hargà bulè" dicono qua, "prezzo speciale
per stranieri"), e siccome "c’a nishun è fess" si cercano soluzioni alternative.
Ovviamente la tanto agognata pioggia decide di arrivare esattamente un’ora
prima della partenza. Il Monsone viene giù a torrenti, allagando tutte le
strade, e rendendo il percorso accidentato e decisamente umido, nonostante gli spessi impermeabili integrali. Come se non
bastasse, uno dei motorini ha una ruota bucata, e il nostro guidatore indonesiano
decide che è il caso di farla aggiustare prima di partire, con il risultato che
quasi rischiamo di perdere il treno.
Invece il treno è ancora lì che aspetta. Saluti gli amici,
zaino in spalla, e si va alla ricerca del vagone, facendosi strada tra
centinaia di altri viaggiatori indonesiani in attesa, che ingannano il tempo
mangiando, secondo lo stile di vita indonesiano. Nella carrozza regna il caos
più totale: bambini urlanti, adulti che cercano alla bene e meglio di stipare
le gigantesche valigie negli scompartimenti superiori, composte signore con il velo che ti
guardano come se fossi un uccello raro uscito da uno zoo. Sarà perché il
biglietto è un Economy, e non si devono vedere molti stranieri qua. E c’è un
motivo: il viaggio dura otto ore, da Yogyakarta a Jakarta, e l’Economy non è
sicuramente la soluzione più comoda – quindi generalmente gli stranieri spendono
due soldini di più, e viaggiano non con stile, ma diciamo in maniera umana. Ma
io no, io c’ho le braccine corte. Così, tra camerieri che portano spaghetti
istantanei e bibite a destra e sinistra e infinite pause nelle mille stazioni
intermedie, si arriva a Jakarta al tramonto, cercando il più possibile di
evitare di parlare indonesiano per scongiurare l’inevitabile accollo che ne
conseguirebbe.
Siccome non avevamo ancora visitato la Capitale, si decide
di non dormire affatto, e di passare la notte in giro. Tanto chi c’ammazza? Con
la gigantesca guida Lonely Planet in mano, cerchiamo di raggiungere Merdeka
Square, Piazza della Libertà (dal dominio coloniale), che dovrebbe essere il centro di Jakarta,
nonché uno dei principali punti di riferimento. Ma chiedendo in giro, sembra
che la piazza non esista. Nessuno sembra mai averne sentito parlare, e
nonostante gli venga mostrata la cartina, anche i poliziotti cercano di indirizzarci
in tutt’altra direzione, ovviamente via taxi:
Poveri e Stanchi Viaggiatori: [tradotto dall’indonesiano] Signore, da che parte per
Piazza della Libertà?
Polisi: cosa?
P.S.V.: [pazientemente, con un sospiro] Piazza della Libertà.
P: cos’è Piazza della Libertà?
P.S.V.: [tirando fuori la cartina, già sapendo come andrà a
finire] Qui, Piazza della Libertà.
P.: [senza guardare la cartina] Non c’è nessuna Piazza
della Libertà.
P.S.V.: [mostrando la piazza sulla cartina, sempre meno
pazientemente] Signore, guardi qui, Piazza della Libertà.
P.: [indica il taxi di un suo amico che ci saluta e ci
sorride] Non esiste. Volete andare a Gambir? Ecco un taxi, è di un mio amico!
P.S.V.: [parecchio sconsolati e incavolati, rimettendo a
posto la cartina e ricaricando lo zaino sulle spalle] Se vabbè [in originale
nel dialogo], non importa, grazie.
Siccome ormai si ha una certa esperienza con la mentalità
del popolo giavanese, con tanta tigna e tanta pazienza raggiungiamo finalmente
la piazza, che esiste e come. Al centro campeggia un gigantesco obelisco, tra
l’altro in marmo italiano, cui la guida si riferisce chiamandolo "L’ultima
erezione di Sukarno". Come si fa a non capire?
Mistero.
I dintorni del centro non sono poi così male: tra moschee
gigantesche, ambigui segnali di pericolo ("hati-hati" significa "attenzione", ma "sparator" lascia spazio a pochi dubbi se sei italiano...) e chioschetti che offrono viagra e cialis
a prezzi scontatissimi, ci apriamo la strada verso Batavia, la città vecchia
nel nord, un tempo principale porto commerciale dell’Impero delle Indie
Olandesi. Dei gloriosi tempi del’imperialismo rimane qualche edificio
coloniale, viali alberati con palme e strade lastricate. Ma nonostante questo,
la sensazione di essere nello scenario di un libro di Conrad è davvero molto
forte.
14 Novembre. Dopo aver visitato il porto e il Museo delWayang (cioè delle arti teatrali indonesiane), ci dirigiamo all'aeroporto,
questa volta facendoci salassare dal tassista, che sbaglia pure strada.
Arrivati, la rete wi-fi dell’aeroporto non vuole saperne di funzionare.
Pazienza, tanto sono già due giorni che tutti gli strumenti elettronici sembrano
essere impazziti. Ci si lava nei bagni pubblici, assumendo posizioni
improbabili e armeggiando con l’immancabile spruzzino che si trova in ogni
bagno del Sud-Est asiatico. Lindi e puliti, si parte.
15 novembre. All'arrivo a Fiumicino, il diluvio. Chi si
rivede. Ma stavolta la pioggia è gelida. Salutata la compagna di viaggio, mi
avventuro con i due genitori verso l’auto. Entriamo in auto, zuppi come
pulcini, e mia madre si accorge di aver perso il suo nuovissimo e-book. Di
nuovo fuori, alla ricerca dell’oggetto perduto, di nuovo acqua. Dopo diversi
minuti di inutili ricerche, si risale in auto, e mia madre trova il suo e-book
sul sedile. E vabbè. Facciamo per uscire dagli strettissimi parcheggi di
Fiumicino, e un tizio in retromarcia ci tampona nonostante le tranquille ed
educate esclamazioni di mio padre. Compilazione del CID. Quindi finalmente a
casa, per scoprire che la caldaia ha deciso miracolosamente di funzionare,
quando nei giorni scorsi invece non ne voleva assolutamente sapere (almeno una
cosa è andata bene).
21 Novembre. Tralascio tutti gli inconvenienti tecnici di me
che armeggio con i computer della Sapienza, per pietà. Ma è stata dura anche
lì. Il convegno comunque va bene, io e Ilaria riceviamo complimenti per le
nostre presentazioni, rincontriamo vecchi amici, se magna e se beve.
23 Novembre. Rientro in Indonesia. Il volo di ritorno è un
incubo, con stuard impiastri che mi versano cose addosso continuamente. A un
certo punto ho pensato ci fosse una cospirazione. Gelati per l’aria condizionata,
arriviamo a Jakarta, e appena fuori iniziamo a sudare. Stavolta autobus,
arriviamo nella zona turistica, e dopo aver miracolosamente recuperato la
borsetta che la mia compagna di viaggio aveva perso per strada, ci concediamo
un giro per la città con un ojek, versione motorizzata del mezzo comunemente
noto come risciò.
24 novembre. Di nuovo in treno, di nuovo in Economy. L’aria
condizionata non funziona, ci lamentiamo con camerieri e controllori che
passano sul treno, mostrando le nostre capacità linguistiche e terrorizzando il personale di bordo, non abituato alla "vèrve" occidentale - ma senza riuscire a risolvere nulla. E inevitabilmente
un indonesiano si accolla al sottoscritto. Tra l’altro, è il primo indonesiano
completamente pelato che vedo. Inizia a parlarmi di pancak silat, la
tradizionale kick-boxe indonesiana, mi fa vedere foto, inchiodandomi per
diversi minuti. L’aria è irrespirabile. La felice famigliola sul sedile accanto
non smette di ingozzare il bambino di tre anni. Sotto i nostri occhi increduli,
nel giro di otto ore di viaggio non hanno mai smesso un attimo di mangiare. E
la piccola aquila pensa bene di iniziare a urlare a squarciagola ogni volta che quasi uno prende sonno. Si arriva finalmente a Yogya, stanchissimi ma
commossi. Saluto il mio nuovo amico indonesiano, ci incamminiamo verso
l’uscita. Saliamo sul primo taxi che troviamo, senza alcuna forza per
contrattare sul prezzo.
Arriviamo a casa, grazie mille per il servizio taxi, e ci accorgiamo che il cancello è chiuso da un lucchetto che
prima non c’era, e di cui non abbiamo la chiave. Una nuova idea della
coinquilina indonesiana che vive con noi, che però non è in casa. Reprimendo il
disappunto in un angolo del cervello, la chiamiamo per farci aprire, e con
delle forze che non pensavamo nemmeno di avere scavalchiamo il cancello. Ladri
in casa nostra. Entriamo in casa, e scopriamo che, nonostante l’inizio delle
piogge, non c’è acqua, e non ci si può lavare. Inoltre, la coinquilina ha
deciso bene di rivoluzionare la posizione dei mobili della casa, senza dirci
nulla. Dopo qualche minuto arrivano i genitori della coinquilina ad aprire il
lucchetto: lei è malata a casa. Vi volete lavare? Potete venire a casa nostra (ci tengo a sottolineare che questa pratica di lavarsi a casa altrui è molto diffusa: capita spesso che amici, inaspettatamente, piombino sulla tua porta chiedendoti "mi posso lavare qui?", e una volta finito ringraziano e se ne vanno, come se niente fosse).
Si monta in motorino, altra strada. Arrivati alla casa, finalmente una doccia.
Ringraziamo il più velocemente possibile, e belli freschi si va a mangiare. Ci
fermiamo ad uno dei fedeli chioschetti/ristoranti che solitamente ci
riforniscono di riso e pollo, e scopriamo che incredibilmente il riso è finito,
e il ghiaccio per fare il the freddo pure. Ci accontentiamo di quello che c’è,
e ce ne torniamo finalmente a casa, finalmente a dormire, stanchi e avviliti,
ma contenti.
La prossima volta non mi muovo da qua. E nonostante tutto, come recita una scritta
su un muro ad Aprilia:
