lunedì 1 giugno 2015

Pillole di etnomusicologia: la ricerca sul campo

Ricordo la prima volta che sono partito per il Sudest Asiatico per fare ricerca. All’ufficio dell’assicurazione internazionale, dopo aver firmato mille documenti, il tipo mi stringe la mano e mi fa: “Allora buon viaggio e buon divertimento!”.

Ecco, vorrei chiarire una cosa. D’accordo che un etnomusicologo magari viaggia e vede (eventualmente) posti magnifici. Ci sta. Ma io non vado in vacanza. Io vado a lavorare e a studiare. E non è facile, credetemi. Uno pensa: parti per il Sudest Asiatico, spiagge tropicali, cocktail di noci di cocco, palme, sole. E invece ci si becca riso strabollito, pollo fritto e pioggia tutti i giorni, per mesi.

Con l’intento di sfatare un po’ di miti, e per far capire che cosa vuol dire fare “ricerca sul campo”, ora vi racconto un po’ di cose che sono successe in quel di Sulawesi, Indonesia, qualche settimana fa.

SULAWESI

LE MOTIVAZIONI DELLA RICERCA
Nel caso in cui si voglia svolgere un periodo di ricerca su una cultura musicale presente in un determinato luogo, è bene scegliere un aspetto o un argomento che ancora non è stato studiato. In questo modo, l’eventuale studio risulterà più interessante, e contribuirà attivamente ad allargare le conoscenze dell’umanità, magari aggiungendo un piccolo tassello a gigantesche questioni come “Chi siamo, e dove andiamo?”. La scelta è quindi un momento cardine, dal quale dipende tutto l’andamento della ricerca.

Febbraio 2015. Io e Ilaria siamo davanti alla cartina dell’Indonesia appesa sul nostro muro. La conversazione storica è stata:

“Oh, andiamo a fare ricerca a Sulawesi.” dico io
“Perché?” chiede lei
“Guarda, ha la forma della Kappa dei cereali Kelloggs, te pare che non c’è qualcosa?”

Appunto.



LA PREPARAZIONE DELLA RICERCA
Un bravo ricercatore è a conoscenza della letteratura relativa al suo campo di studio. Ha letto di ogni parola degli articoli e libri dei mitici predecessori, che esploravano il campo con elmetto coloniale, facendosi strada nella foresta pluviale a colpi di machete. Lo studio di queste opere prima della partenza permetterà al novello ricercatore, una volta giunto sul campo, di avere un quadro molto chiaro delle cose da osservare, delle informazioni da ottenere, dei luoghi che è necessario visitare. Inoltre, ai giorni nostri un bravo ricercatore non può limitarsi alla lettura delle opere nelle lingue che padroneggia: un bravo ricercatore deve saper almeno leggiucchiare inglese, francese, tedesco, perché nulla può essere lasciato al caso.

Io e Ilaria nella biblioteca dell’università indonesiana dove studiamo. Cerchiamo libri in inglese sulla cultura delle popolazioni Bugis di Sulawesi, la musica dei quali sembra non sia stata molto indagata.

Troviamo tre volumi.
Trecento pagine l’uno.
Tutte in lingua indonesiana.
Maledizione.


D’altra parte, non bisogna dimenticare che, per quanto ci si possa voler preparare teoricamente, la ricerca sul campo è un’esperienza da vivere in prima persona. Non c’è libro che possa sostituire l’acuto occhio e l’attento orecchio del ricercatore, né esiste preparazione che possa garantire la giusta dose di fortuna necessaria per essere al posto giusto e al momento giusto. Inoltre il ricercatore non deve dimenticare di sfruttare ogni mezzo per riuscire ad ottenere le informazioni necessarie. Le potenti nuove tecnologie rientrano tra queste, e Internet è spesso un ottimo punto di partenza.

Accantonata l’idea di leggere i mattoni, cerchiamo febbrilmente informazioni sulla rete. Esce un video su Youtube. Trepidanti, apriamo il link. Si tratta di un documentario sui Bissu, sciamani della popolazione dei Bugis, che fanno da tramite tra il mondo umano e quello soprannaturale. Video pessimo. Audio non ne parliamo. La musica che accompagna il rituale è un concentrato di cacofonie. Tra i video correlati, spendenti stelle del migliore pop indonesiano. La ricerca su internet deriva alla grande.


Mi viene in mente quella parte del film di Indiana Jones in cui si dice che il ricercatore “passa la maggior parte del suo tempo in biblioteca, e la X non indica mai il punto dove scavare”. Comunque, la decisione è presa. Che sia una ricerca sulla musica dei rituali sciamanici dei Bissu.


CERCARE I CONTATTI
Avere già i giusti contatti sul campo è una buona cosa. Quando si arriva in un posto mai visitato, e soprattutto se non si padroneggiano i dialetti locali, è bene viaggiare con qualcuno di fiducia che possa intercedere per te. Il contatto sul campo contratta per l’affitto dei mezzi di trasporto. Ti presenta a eventuali capi-villaggio o importanti personalità del luogo. Conosce il luogo, e in quali posti è possibile andare a mangiare e dove si trovano posti sicuri per riposare. Inoltre, essendo un uomo del luogo che ha già visto molte delle cose che l’eventuale ricercatore va indagando, può essere utile anche come informatore, e chiarire i molti dubbi che immediatamente assilleranno un ricercatore attento e curioso.

Dipartimento di Etnomusicologia della solita università indonesiana, tre giorni prima della partenza. Parliamo con il professor Amir, originario di Sulawesi, che si era offerto di accompagnarci. “Spiacente ragazzi, ma non posso venire con voi, ho un impegno improvviso. Dovete andare da soli. Però posso darvi il contatto di alcuni amici che sono là. Mi devono qualche favore e se riesco a ricattarli magari vi aiutano.”

Proprio come da manuale.


ACCESSORI E PARTENZA
Un buon ricercatore deve essere pronto ad affrontare ogni eventualità. La sua valigia deve essere leggera, adatta tanto a un percorso di montagna nella foresta pluviale o in una palude. Non è sicuro della natura delle strutture ospitanti una volta arrivato sul campo, né se sarà possibile procurarsi beni di prima necessità. Per questo è bene avere con sé vestiti buoni per ogni occasione, senza dimenticare di portare abiti più o meno “formali” per le occasioni ufficiali nelle quali potrebbe essere coinvolto. La scelta della giusta strumentazione per registrazioni audio e video è anche di vitale importanza: bisogna avere la sicurezza di poter registrare lunghe sessioni con alta qualità.

30 marzo 2015. Sull’aereo per Makassar, capitale della provincia meridionale di Sulawesi:
“Hai preso l’asciugamano?”
“No, l’ho dimenticato. Tu hai preso il cavalletto della fotocamera?”
“…”
Perfetto.


ARRIVO SUL CAMPO
La fortuna è un elemento essenziale di ogni ricerca sul campo. Fortuna serve per contattare le persone giuste. Instaurare un buon rapporto con i locali è fondamentale per riuscire ad ottenere aiuto e informazioni. Fortuna serve per trovarsi al posto giusto al momento giusto: ciò è fondamentale soprattutto nel caso si stia lavorando all’interno di contesti rituali. Non è infatti detto che il calendario delle celebrazioni preveda una festività proprio durante il periodo di ricerca che si intende spendere sul campo.

Arrivati a Makassar, entriamo miracolosamente in contatto con il signor Yusri, uno degli amici ricattati dal professore di cui sopra. Yusri ci porta a casa di amici a Maros, una piccola città vicino alla capitale Makassar.


Maros è una buona base per andare nelle città di Bone e Pangkep, dove sembra siano ancora presenti i nostri sciamani Bissu. Il giorno dopo saltiamo in macchina e ci dirigiamo a Pangkep, nella speranza di parlare con qualche sciamano o qualche musicista.

Arriviamo, e veniamo ricevuti. Dopo qualche domanda preliminare, scopriamo che il rituale principale viene tenuto a Novembre. Il resto dell’anno non si celebra nulla. Siamo decisamente fuori tempo massimo. Un po’ avviliti, ma con la speranza di tornare un prossimo Novembre, risaliamo in auto.
Non sapendo che fare, il signor Yusri ci propone di andare a visitare alcuni amici che vivono in un villaggio tradizionale lì intorno. E’ utile, ci dice, così capite come vivono i Bugis da queste parti. Effettivamente ha ragione. Accettiamo senza compromessi.

Arriviamo in questo villaggio, e immediatamente una torba di bambini adoranti ci si fa intorno. Tutti vogliono una foto. Facciamo circa un’ora di cosiddetto photo-shooting: senza di noi dentro, con noi dentro, con tutte le bambine, con tutti i maschietti, con le vecchiette. Stringiamo la mano a tutto il villaggio. Finita l’incombenza, saliamo sulla casa-palafitta tradizionale dei Bugis. Lì, alcuni uomini ci aspettano. Hanno delle taniche piene di uno strano liquido bianco. Arak. Grappa ricavata dalla palma da cocco. Portano i bicchieri. Iniziamo a bere. Un sapore indescrivibilmente orrendo. Ci guardano, sorridono, riempiono di nuovo il bicchiere. Il signor Yusri sfida il gruppo a vedere chi beve di più. Ma i Bugis non erano musulmani? Tra una cosa e l’altra, passiamo tutta la notte là sopra, nella casa degli uomini, ubriacandoci lentamente. A un certo punto partono le canzoni. Meno che avevamo ripassato su Youtube prima di partire. Dopo un timido inizio, ci ritroviamo a cantare a squarciagola “La società dei magnaccioni”.

Piccole gioie della ricerca sul campo.







SAPERSI ADATTARE
Sapersi adattare alle varie situazioni è una capacità preziosa. Nel caso il primo obiettivo non possa essere raggiunto, avere un piano di riserva con il quale la ricerca possa comunque essere portata avanti è determinante. Non bisogna tralasciare dunque di tenere più di una freccia al proprio arco.

Non avendo trovato rituali a Pangkep, decidiamo di dirigerci verso Bone, a circa quattro ore di auto da Makassar. Stando a quanto dicono i nostri amici-informatori locali, infatti, anche a Bone è presente una comunità di sciamani ancora attivi. Speranzosi, salutiamo tutti e ci dirigiamo a Bone.
Il viaggio è terrificante. Stretti in un’auto normalmente pensata per sei posti ma caricata con undici passeggeri, il guidatore sfida tutte le leggi della fisica su strettissime e pericolose stradine di montagna, superando motorini, camion e altri normali guidatori, sostenuto da un’improbabile musica da discoteca indonesiana sparata a volumi assordanti.


Arriviamo miracolosamente a Bone, e sempre miracolosamente la macchina ci porta davanti casa di Angel (lui scriveva Enjel), il principale Bissu lì presente. Tutti sono molto indaffarati nella preparazione del rituale che, scopriamo, sarà il giorno dopo. Questa è più che fortuna. Prendiamo appuntamento per il giorno dopo e ci facciamo indicare un albergo nelle vicinanze. Confortati che almeno abbiamo qualcosa da fare, andiamo a prepararci per il grande giorno.


LA RICERCA
Un buon ricercatore è consapevole che la sua presenza nel contesto studiato altera o influenza anche in minima parte tale contesto. Sebbene ciò non possa essere evitato, è necessario cercare di essere invadenti il meno possibile, e di avere il minimo impatto possibile nel contesto studiato. Una buona capacità di adattamento ai costumi locali è quindi un ottimo punto di partenza.

La mattina della celebrazione, arriviamo a casa del capo-Bissu Enjel. Per l’occasione siamo vestiti “a modo”: niente pantaloncini, camicia o maglietta a maniche lunghe. Quindi si muore di caldo. Le borse con l’apparecchiatura fotografica e video non sono mai state così pesanti e ingombranti. Pensiamo che vada bene, e invece:
Enjel: “Non potete venire vestiti così, si tratta di una cerimonia ufficiale.”
Ricercatori: “Quindi come dobbiamo vestirci?” [Spaventati]
Enjel: “Con i vestiti tradizionali dei Bugis! Vi do io qualcosa, ho una boutique intera!”

Risultato:

[maledetto blog che me mette le foto girate]

PROFESSIONALITA’
Sia che si tratti di fare riprese video, che di scattare fotografie, un buon ricercatore deve essere concentrato e non farsi distrarre per nessun motivo. Ogni momento può essere essenziale, e se l’attenzione del ricercatore non è focalizzata su quanto accade, potrebbe essere impossibile ricostruire le fasi e i significati della cerimonia alla quale si sta assistendo.

Arriviamo sul luogo della celebrazione. Una folla spaventosa. Scendiamo dall’autobus insieme ai musicisti e ai medium. Gli occhi di TUTTI si girano verso di noi. Riuscite a immaginare cosa significa essere gli unici stranieri bianchi che indossano il vestito tradizionale locale in mezzo ad una folla di indonesiani? Un assedio rende bene l’idea.

Indonesiano n.1: “Mister, mister, foto foto insieme!”
Ricercatori: “No, dobbiamo riprendere la cerimonia.”
Indonesiano n.2: “Mister, foto foto!”
Ricercatori: “No, non adesso… dopo forse…” [sconfortati]
Indonesiano n. 3-4-5-6… 1000: “FOTO FOTO FOTO INSIEME FOTO FOTO MISTER FOTO FOTO INSIEME FOTO FOTO FOTO FOTO”

Passiamo la prima mezzora in posa. La cerimonia inizia. Noi siamo ancora fuori a fare maledettissime selfie, accerchiati.


Ci tengo a sottolineare che gli indonesiano non fanno alcuna differenza tra “mister” e “miss”. Anche se sei donna, sei sempre “mister”.


MUSICA E RELIGIONE
In una celebrazione in cui la musica svolge un ruolo determinante nel rituale, le due dimensioni (musicale e religiosa) sono spesso, se non sempre, strettamente connesse. Il ricercatore dovrà quindi fronteggiare l’ignoto, l’Orrore conradiano, l’Abisso che se lo guardi ti guarda a sua volta. La mentalità scientifica del ricercatore, parte integrante della sua formazione, si scontrerà inevitabilmente con credenze e rituali selvaggi e magici, incomprensibili per la sua mente occidentale.

Prima dell’inizio della cerimonia, improvvisamente uno dei musicisti si sente male. Si rotola a terra, lamentandosi, occhi chiusi, tremori incontrollati. Dopo pochi minuti arriva Enjel, il capo-Bissu, il quale chinandosi sul malato inizia a tastarlo, come per visitarlo, allo stesso tempo dando indicazioni imperiose alle persone circostanti, che subito scattano in ogni direzione evidentemente alla ricerca di qualcosa. Ecco, pensiamo: la trance. La malattia. Il potere della cerimonia e degli spiriti dei Bugis, non ancora gestito ritualmente dagli sciamani e dalla musica, si è riversata su un povero malcapitato. Fortuna che è intervenuto lo sciamano! Interessati, chiediamo cosa stia succedendo, dato che tutti i discorsi fatti fino a quel momento si sono svolti nella lingua dei Bugis, che ovviamente non padroneggiamo:

Ricercatori: “Cosa succede?”
Enjel: “Quel ragazzo si sente male.”
Ricercatori [trepidanti]: “Certo. Sei intervenuto su di lui con qualche potere spirituale? Hai chiesto alle persone di andare a cercare delle erbe medicinali? O dei particolari oggetti rituali per curarlo?”
Enjel: “No, sta male perché non ha ancora mangiato. Ho chiesto di andare a prendere qualcosa per fargli fare colazione.”
Ricercatori [alla sprovvista, in italiano]: “ah, bhè certo… te pare.”

Gli indonesiani e la loro eterna fissazione per il cibo.

[questa no, questa rimane dritta...]



INTERVISTE
Un buon ricercatore sa che osservare e riprendere una cerimonia non è sufficiente per comprenderne a fondo tutti gli aspetti. Per questo si rende necessario un ulteriore lavoro: intervistare i protagonisti della cerimonia, chiedendo spiegazioni circa il significato della musica e delle azioni rituali. E’ consigliabile svolgere tale lavoro al termine della cerimonia, quando le impressioni sono ancora fresche nella memoria del ricercatore, il quale potrà così fare le domande giuste e ricostruire l’accaduto.

Al termine della cerimonia, ci prepariamo per fare qualche domanda circa quello che abbiamo visto. Armati di registratore, blocchiamo i musicisti per chiedere informazioni circa la musica e il suo significato rituale:

Ricercatori: “Allora, avete suonato per due ore accompagnando la cerimonia. Dove avete imparato? Come si chiama questa musica? Quanti ritmi per tamburo esistono? La melodia è sempre la stessa, o si può improvvisare?”
Musicisti [quasi in coro]: “si, si, poi parliamo, adesso però andiamo a mangiare prima.”

Inizia un banchetto luculliano, durante il quale ovviamente la possibilità delle interviste sfuma in un attimo. Mai mettere un indonesiano davanti alla scelta tra un piatto di riso e qualsiasi altra cosa. Opterà inevitabilmente la prima.



POSCRITTO
La ricerca sul campo rappresenta una delle sfide più grandi per un studioso di tradizioni orali. Il ricercatore deve sapersi destreggiare tra mille difficoltà, venendo a patti con aspetti spesso scomodi della cultura locale, comprenderli e, una volta tornato a casa, avere la lucidità di distaccarsi da essi, analizzandoli e mettendoli per iscritto. Questa operazione non è facile, in quanto il ricercatore deve necessariamente entrare, anche se solo in minima parte, nella cultura da studiare, cercando di annullare per quanto possibile quel confine tra “noi” e “loro”, operazione che spesso porta a condividere emozioni ed esperienze con persone delle quali poi bisognerà mettere sotto una lente analitica. Il distacco non è per nulla facile, e il ricercatore tornato a casa deve spesso affrontare la nostalgia e la lontananza da persone con cui ha spesso stretto un legame di amicizia, e con le quali ha condiviso un’esperienza che ha allargato la sua visione del mondo.

L’ultimo giorno salutiamo i musicisti, salutiamo Enjel e gli altri Bissu, e saliamo a malincuore nell’auto che ci riporterà a sud, a Makassar, per l’inevitabile rientro. Tante le promesse e gli accordi: torneremo, ci scriveremo, resteremo in contatto. O almeno speriamo.

E nonostante tutte le difficoltà e le eventuali delusioni, il gioco per me vale sempre la candela.



APPENDICE: TANA TORAJA e BALI
Dato che ci stavamo, siamo rimasti in giro per un altro paio di settimane. Abbiamo raggiunto Tana Toraja, quasi al centro di Sulawesi, e poi Bali. Siccome per partorire questo post già ci ho messo diverso tempo, allego giusto qualche foto del resto del viaggio, magari con brevi descrizioni, giusto per capire di che si parla.

Sulawesi, Tanatoraja
Tana Toraja è probabilmente uno dei luoghi più belli dell’Indonesia. Turisticamente pronto ad accogliere orde di visitatori, ha da offrire paesaggio meravigliosi, disseminati dalle caratteristiche “tongkonan”, le case con il “tetto a barca”.




Il luogo attira i turisti soprattutto per i tradizionali riti funerari. I Toraja sono protestanti, ma nella loro cultura il culto tradizionale degli antenati e la religione cristiana risultano fusi insieme. Sono famosi i cimiteri ricavati nelle pareti di alture montane, dove le bare con i corpi sono sorvegliate dalle rappresentazioni dei defunti. I corpi vengono periodicamente rimossi, puliti, lavati, e rimessi al loro posto.



Parte integrante e centrale di una cerimonia funebre è il sacrificio di uno specifico numero di bufali e maiali. A seconda del grado sociale del defunto, una famiglia raccoglie per anni un numero che può arrivare fino a 24 bufali e diverse decine di maiali, per poi sacrificarli in occasione del funerale. Per tutto il tempo che la famiglia raccoglie il denaro sufficiente per acquistare i bufali e organizzare la cerimonia, il defunto non è considerato ancora trapassato del tutto, e viene nutrito e lavato come se fosse solo “malato”. Questi rituali vengono quindi definiti “di seconda sepoltura”. In uno dei giorni della cerimonia funebre (che dura anche una settimana) alcuni uomini ballano in cerchio il Ma'badong, cantando ritmicamente gli episodi principali della vita del defunto.






Bali
L’isola di Bali, pochi chilometri a est di Java, è di sicuro il posto più conosciuto dell’Indonesia – al punto tale che qualcuno pensa che “l’Indonesia è a Bali” [cit.]. Al 99,9% di religione induista, i balinesi non hanno le stesse restrizioni in uso nelle isole a maggioranza musulmana: si trova carne di maiale e alcol. Questo, unitamente alle sue spiagge, paradiso dei surfisti australiani, ha fatto si che negli anni l’isola diventasse una delle più battute mete turistiche mondiali.


Più che di spiagge, che non ce ne intendiamo poi così tanto, noi a Bali cercavamo rituali di trance e spettacoli di teatro delle ombre, più ovviamente musica. Trovare queste cose non è affatto facile: in tutta l’isola abbondano spettacoli di danza e musica tradizionali, ma la maggior parte delle performance che si vedono in giro sono organizzate per i turisti. Cercando più a fondo, nei villaggi, abbandonando la iperturistica città di Ubud, si scopre ovviamente un intero mondo. Ma bisogna sapere dove cercare, ed anche avere parecchia fortuna. Io e Ilaria siamo stati bravi, e abbiamo trovato tutto.

Il Calonarang è uno spettacolo di danza e trance in cui due maschere, il leone Barong e la strega Rangda, combattono tra loro. Il Barong assomiglia a un cagnolone: si gratta e si rotola per terra come un animale, ma rappresenta lo spirito protettore dell’isola, e possiede un grande potere benefico. Rangda incarna invece il lato malvagio. La rappresentazione del loro scontro riassume teatralmente la lotta tra i principi opposti di Bene e Male. Al termine della battaglia, l’ordine del cosmo viene ristabilito, i due principi sono di nuovo in equilibrio. In uno dei momenti chiave del rituale alcuni uomini affrontano la strega brandendo dei keris (pugnali tradizionali), ma sottomessi dal suo potere entrano in trance e si pugnalano da soli, senza però subire alcun danno fisico. Onnipresente è la veloce musica del gamelan balinese.






Il teatro delle ombre balinese è diverso da quello giavanese. Più mistico (già per l'uso del fuoco come luce invece di una lampadina, in uso a Giava), più legato alla celebrazione di un rituale, il marionettista viene considerato come un uomo dotato di un alto potere spirituale. Attraverso di lui, i personaggi della storia che racconta prendono vita, e le persone attendono alla rappresentazione con lo stesso spirito con cui seguono una cerimonia religiosa.

[niente da fare, maledizione!]



La musica per il teatro delle ombre balinesi vuole che a suonare siano quattro “gender”, una specie di xilofoni in bronzo con risuonatori di bambù. Lo stesso strumento è presente anche a Giava, e dato che in questi ultimi mesi mi sono impegnato a studiarlo, ho approfittato della vacanza a Bali anche per avere un’infarinatura della tecnica in uso a Bali per suonare questo strumento.


A Bali sono inoltre presenti i cosidetti “nove templi direzionali”: posizionati a partire dei punti cardinali, questi templi proteggono l’isola, e costituiscono la principale meta di pellegrinaggio di ogni balinese. Noi abbiamo cercato di vederli tutti, senza riuscirci – siamo arrivati a sette su nove. Alcuni erano particolarmente suggestivi.






Alla fine so’ andato in vacanza lo stesso, insomma.

2 commenti:

  1. Sulawesi eccezionale!!!
    LoZio e LaZia (con tanta nostalgia...)

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  2. Le "stranezze" che racconti mi riportano al "Regno di Giovanni" descritto da Eco in Baudolino. Comunque, è vero, fa venire tanta nostalgia di quei posti.

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