domenica 14 dicembre 2014

a day in the life: Yogya Istimewa

Come avevo già anticipato, sono ormai arrivate le piogge, anche se ancora con qualche indecisione. Si passa da giorni in cui il cielo si carica di nubi, chiudendoci tutti nella sua cappa di afa, senza che cada una singola goccia, a piogge torrenziali che non lasciano scampo anche per due giorni di seguito. Così, il mio outfit è dovuto passare da questo...


... a questo.


Il pesante rain-coat (impermeabile) è l'unica (parziale) difesa contro gli scroscioni. Gli impermeabili che abbiamo in Europa non servono a niente, serve plastica spessa un centimetro. Ed è così che le strade si sono riempite di tanti Batman (o anche Belphagor) in motorino, con i loro giacchettoni svolazzanti.

La pioggia comunque non è una scusa per non fare qualche giretto. Le vie del centro, con il famoso Tugu (letteralmente "monumento"), simbolo dell'indipendente (come nel titolo, "istimewa") Yogya, sono sempre iperfrequentate (salvo ovviamente secchiate dal cielo). Il fiume della città è ormai in piena, e ha coperto i coloratissimi argini che si possono vedere nella foto.



Per non rischiare di annegare la macchina fotografica dispongo, ovviamente, di poche foto per le strade ora umide. Ma se prendiamo le foto di qualche mese fa e, usando l'immaginazione, mettiamo tante pozzanghere a terra, aggiungiamo pioggia, nuvole e improbabili impermeabili addosso ai soggetti, ecco che per magia abbiamo la stagione delle piogge. Gli "angkringan" (venditori ambulanti di cibo) non si sono infatti lasciati scoraggiare dalle avverse condizioni atmosferiche, e continuano imperterriti a pedalare per le vie della città, pronti a soccorrere affamati avventori.



D'altra parte, le giornate continuano ad essere sempre della stessa lunghezza: alba alle 6, tramonto alle 18. Non si scappa. Le 12 ore di luce a disposizione vanno spartite tra "makan" (mangiare), lezioni in università, "istirahat" (riposo), "makan lagi" (mangiare ancora), relazioni sociali random, "istirahat" di nuovo, quindi "makan masih" (continuare a mangiare). Perché, se non si era ancora capito, è impossibile morire di fame nel Sud-est asiatico.

Nei buchi concessi da queste intense attività quotidiane, si va un po' in giro alla scoperta di Yogya e dei suoi dintorni. Tra le "attrazioni fisse" da segnalare, il Basar Tradisional (mercato tradizionale) Beringarjo...


...e la Gereja Ganjuaran, una famosa chiesa cattolica ospitata in un pendopo (grande padiglione aperto, che solitamente ospita incontri e performance) giavanese.


Pare che il luogo una volta fosse induista, e che dopo l'apparizione miracolosa di Gesù sia stata convertita in luogo di culto cattolico, con la costruzione della presente chiesa. Come se non bastasse, sono presenti anche le fontane per le abluzioni tipiche dell'Islam. Così si vedono i cattolici locali pregare in un edificio tradizionale giavanese, lavarsi come gli islamici, salire una decina di gradini e raggiungere un'alta alcova un tempo adibita ad una divinità Hindu, e chiedere aiuto a Gesù. Come se non bastasse, tutti i santi, gli angeli e le rappresentazioni della Sacra Famiglia indossano tiare decisamente non Cristiane. Il che è un po' spaesante.


Nonostante le piogge, le feste e i festival continuano, imperterrite. La settimana scorsa c'è stato il carnevale a Sleman, un quartiere nel nord della città. Tra sfilate di carri di carnevale mostruosi, danze tradizionali e cerimonie rituali (alle quali un amico voleva farci partecipare in veste di "vittime sacrificali d'onore"...), ci siamo ritrovati su uno dei carri a suonare il gamelan per i danzatori.




Le piogge hanno portato un po' di conseguenze anche a casa. Contrariamente a quanto atteso, non è stato risolto il problema dell'acqua corrente. Per questo, qualche giorno fa, durante un lungo scroscione, mi sono attrezzato per raccogliere l'acqua piovana, tipo impluvium, come facevano i gloriosi antichi romani. Poi dici che uno non impara niente di utile a scuola.

Inoltre, l'aumento di umidità ha anche comportato un aumento degli insetti in generale. Ora è necessario spazzare casa almeno una volta al giorno per eliminare i poveri resti (sopratutto ali) dei vari grilli che, non si sa per quale motivo, hanno deciso di venire a morire in casa nostra. Come il cimitero degli elefanti del Re Leone.

Un aggiornamento è dovuto anche al "problema dei topi". La gatta Lewati, che contrariamente al suo nome ("lewati" = "di passaggio") è ormai quasi domestica, si è improvvisamente ricordata del suo ruolo nella catena alimentare, e pare aver deciso di acchiapparli tutti. Così, qualche giorno fa abbiamo assistito ad una lotta feroce che, secondo le leggi di natura, ha visto prevalere il felino. Il povero topo squittiva inerme tra la fauci di questa nuova Tigre dell'Indonesia. Ne sarebbe venuto un secondo, quindi un terzo, tutti ormai cadaveri, masticati e digeriti. Il problema è che l'ultimo bottino è stato quasi (grazie ad un pronto intervento) consumato nel centro del soggiorno, dato che la gatta si è ormai acquartierata. Dopo aver passato il pomeriggio a lavare sangue di topo dal pavimento, ci siamo resi conto di come si è evoluto il problema:

Step 1: c'è un topo nel soffitto, ma non fa niente.
Step 2: ci sono tanti topi nel soffitto. Forse è un problema.
Step 3: la gatta ha finalmente iniziato a funzionare!
Step 4: la gatta funziona troppo bene.
Step 5: è fatto divieto alla gatta nominata Lewati di consumare il suo pasto sul tappeto.

Meno male che tra poco è Natale. E abbiamo pure l'albero.


Buone feste.

sabato 29 novembre 2014

una breve parentesi italiana

La scorsa settimana mi ha visto rientrare per pochi, brevissimi giorni in Italia. Motivo dell’inaspettato e non programmato ritorno, un convegno sulle arti indonesiane alla Sapienza, cui io e Ilaria, la ragazza con cui condivido l’esperienza in Indonesia, abbiamo deciso di partecipare. Il rientro è stato tutto sommato non poco traumatico, soprattutto dal punto di vista mangereccio: passare da riso bianco e pollo a amatriciane, salumi, formaggi, vini e quant'altro ha richiesto non poco impegno - ma di che ti lamenti? In realtà, tutto il periodo della permanenza italiana, nonché le ore immediatamente precedenti e successive al viaggio, ha visto l’avvicendarsi di una serie di sfighe che ora cercherò, per quanto possibile, di riassumere.


13 novembre. Yogyakarta. Presi gli accordi per l’accompagnamento alla stazione dei treni in motorino, grazie alla disponibilità di alcuni amici. Il taxi costa troppo, e in generale se uno è straniero gli chiedono pure di più ("hargà bulè" dicono qua, "prezzo speciale per stranieri"), e siccome "c’a nishun è fess" si cercano soluzioni alternative. Ovviamente la tanto agognata pioggia decide di arrivare esattamente un’ora prima della partenza. Il Monsone viene giù a torrenti, allagando tutte le strade, e rendendo il percorso accidentato e decisamente umido, nonostante gli spessi impermeabili integrali. Come se non bastasse, uno dei motorini ha una ruota bucata, e il nostro guidatore indonesiano decide che è il caso di farla aggiustare prima di partire, con il risultato che quasi rischiamo di perdere il treno.


Invece il treno è ancora lì che aspetta. Saluti gli amici, zaino in spalla, e si va alla ricerca del vagone, facendosi strada tra centinaia di altri viaggiatori indonesiani in attesa, che ingannano il tempo mangiando, secondo lo stile di vita indonesiano. Nella carrozza regna il caos più totale: bambini urlanti, adulti che cercano alla bene e meglio di stipare le gigantesche valigie negli scompartimenti superiori, composte signore con il velo che ti guardano come se fossi un uccello raro uscito da uno zoo. Sarà perché il biglietto è un Economy, e non si devono vedere molti stranieri qua. E c’è un motivo: il viaggio dura otto ore, da Yogyakarta a Jakarta, e l’Economy non è sicuramente la soluzione più comoda – quindi generalmente gli stranieri spendono due soldini di più, e viaggiano non con stile, ma diciamo in maniera umana. Ma io no, io c’ho le braccine corte. Così, tra camerieri che portano spaghetti istantanei e bibite a destra e sinistra e infinite pause nelle mille stazioni intermedie, si arriva a Jakarta al tramonto, cercando il più possibile di evitare di parlare indonesiano per scongiurare l’inevitabile accollo che ne conseguirebbe.


Siccome non avevamo ancora visitato la Capitale, si decide di non dormire affatto, e di passare la notte in giro. Tanto chi c’ammazza? Con la gigantesca guida Lonely Planet in mano, cerchiamo di raggiungere Merdeka Square, Piazza della Libertà (dal dominio coloniale), che dovrebbe essere il centro di Jakarta, nonché uno dei principali punti di riferimento. Ma chiedendo in giro, sembra che la piazza non esista. Nessuno sembra mai averne sentito parlare, e nonostante gli venga mostrata la cartina, anche i poliziotti cercano di indirizzarci in tutt’altra direzione, ovviamente via taxi:

Poveri e Stanchi Viaggiatori: [tradotto dall’indonesiano] Signore, da che parte per Piazza della Libertà?
Polisi: cosa?
P.S.V.: [pazientemente, con un sospiro] Piazza della Libertà.
P: cos’è Piazza della Libertà?
P.S.V.: [tirando fuori la cartina, già sapendo come andrà a finire] Qui, Piazza della Libertà.
P.: [senza guardare la cartina] Non c’è nessuna Piazza della Libertà.
P.S.V.: [mostrando la piazza sulla cartina, sempre meno pazientemente] Signore, guardi qui, Piazza della Libertà.
P.: [indica il taxi di un suo amico che ci saluta e ci sorride] Non esiste. Volete andare a Gambir? Ecco un taxi, è di un mio amico!
P.S.V.: [parecchio sconsolati e incavolati, rimettendo a posto la cartina e ricaricando lo zaino sulle spalle] Se vabbè [in originale nel dialogo], non importa, grazie.

Siccome ormai si ha una certa esperienza con la mentalità del popolo giavanese, con tanta tigna e tanta pazienza raggiungiamo finalmente la piazza, che esiste e come. Al centro campeggia un gigantesco obelisco, tra l’altro in marmo italiano, cui la guida si riferisce chiamandolo "L’ultima erezione di Sukarno". Come si fa a non capire? Mistero.





I dintorni del centro non sono poi così male: tra moschee gigantesche, ambigui segnali di pericolo ("hati-hati" significa "attenzione", ma "sparator" lascia spazio a pochi dubbi se sei italiano...) e chioschetti che offrono viagra e cialis a prezzi scontatissimi, ci apriamo la strada verso Batavia, la città vecchia nel nord, un tempo principale porto commerciale dell’Impero delle Indie Olandesi. Dei gloriosi tempi del’imperialismo rimane qualche edificio coloniale, viali alberati con palme e strade lastricate. Ma nonostante questo, la sensazione di essere nello scenario di un libro di Conrad è davvero molto forte.




14 Novembre. Dopo aver visitato il porto e il Museo delWayang (cioè delle arti teatrali indonesiane), ci dirigiamo all'aeroporto, questa volta facendoci salassare dal tassista, che sbaglia pure strada. Arrivati, la rete wi-fi dell’aeroporto non vuole saperne di funzionare. Pazienza, tanto sono già due giorni che tutti gli strumenti elettronici sembrano essere impazziti. Ci si lava nei bagni pubblici, assumendo posizioni improbabili e armeggiando con l’immancabile spruzzino che si trova in ogni bagno del Sud-Est asiatico. Lindi e puliti, si parte.

15 novembre. All'arrivo a Fiumicino, il diluvio. Chi si rivede. Ma stavolta la pioggia è gelida. Salutata la compagna di viaggio, mi avventuro con i due genitori verso l’auto. Entriamo in auto, zuppi come pulcini, e mia madre si accorge di aver perso il suo nuovissimo e-book. Di nuovo fuori, alla ricerca dell’oggetto perduto, di nuovo acqua. Dopo diversi minuti di inutili ricerche, si risale in auto, e mia madre trova il suo e-book sul sedile. E vabbè. Facciamo per uscire dagli strettissimi parcheggi di Fiumicino, e un tizio in retromarcia ci tampona nonostante le tranquille ed educate esclamazioni di mio padre. Compilazione del CID. Quindi finalmente a casa, per scoprire che la caldaia ha deciso miracolosamente di funzionare, quando nei giorni scorsi invece non ne voleva assolutamente sapere (almeno una cosa è andata bene).

21 Novembre. Tralascio tutti gli inconvenienti tecnici di me che armeggio con i computer della Sapienza, per pietà. Ma è stata dura anche lì. Il convegno comunque va bene, io e Ilaria riceviamo complimenti per le nostre presentazioni, rincontriamo vecchi amici, se magna e se beve.

23 Novembre. Rientro in Indonesia. Il volo di ritorno è un incubo, con stuard impiastri che mi versano cose addosso continuamente. A un certo punto ho pensato ci fosse una cospirazione. Gelati per l’aria condizionata, arriviamo a Jakarta, e appena fuori iniziamo a sudare. Stavolta autobus, arriviamo nella zona turistica, e dopo aver miracolosamente recuperato la borsetta che la mia compagna di viaggio aveva perso per strada, ci concediamo un giro per la città con un ojek, versione motorizzata del mezzo comunemente noto come risciò.


24 novembre. Di nuovo in treno, di nuovo in Economy. L’aria condizionata non funziona, ci lamentiamo con camerieri e controllori che passano sul treno, mostrando le nostre capacità linguistiche e terrorizzando il personale di bordo, non abituato alla "vèrve" occidentale - ma senza riuscire a risolvere nulla. E inevitabilmente un indonesiano si accolla al sottoscritto. Tra l’altro, è il primo indonesiano completamente pelato che vedo. Inizia a parlarmi di pancak silat, la tradizionale kick-boxe indonesiana, mi fa vedere foto, inchiodandomi per diversi minuti. L’aria è irrespirabile. La felice famigliola sul sedile accanto non smette di ingozzare il bambino di tre anni. Sotto i nostri occhi increduli, nel giro di otto ore di viaggio non hanno mai smesso un attimo di mangiare. E la piccola aquila pensa bene di iniziare a urlare a squarciagola ogni volta che quasi uno prende sonno. Si arriva finalmente a Yogya, stanchissimi ma commossi. Saluto il mio nuovo amico indonesiano, ci incamminiamo verso l’uscita. Saliamo sul primo taxi che troviamo, senza alcuna forza per contrattare sul prezzo.

Arriviamo a casa, grazie mille per il servizio taxi, e ci accorgiamo che il cancello è chiuso da un lucchetto che prima non c’era, e di cui non abbiamo la chiave. Una nuova idea della coinquilina indonesiana che vive con noi, che però non è in casa. Reprimendo il disappunto in un angolo del cervello, la chiamiamo per farci aprire, e con delle forze che non pensavamo nemmeno di avere scavalchiamo il cancello. Ladri in casa nostra. Entriamo in casa, e scopriamo che, nonostante l’inizio delle piogge, non c’è acqua, e non ci si può lavare. Inoltre, la coinquilina ha deciso bene di rivoluzionare la posizione dei mobili della casa, senza dirci nulla. Dopo qualche minuto arrivano i genitori della coinquilina ad aprire il lucchetto: lei è malata a casa. Vi volete lavare? Potete venire a casa nostra (ci tengo a sottolineare che questa pratica di lavarsi a casa altrui è molto diffusa: capita spesso che amici, inaspettatamente, piombino sulla tua porta chiedendoti "mi posso lavare qui?", e una volta finito ringraziano e se ne vanno, come se niente fosse). Si monta in motorino, altra strada. Arrivati alla casa, finalmente una doccia. Ringraziamo il più velocemente possibile, e belli freschi si va a mangiare. Ci fermiamo ad uno dei fedeli chioschetti/ristoranti che solitamente ci riforniscono di riso e pollo, e scopriamo che incredibilmente il riso è finito, e il ghiaccio per fare il the freddo pure. Ci accontentiamo di quello che c’è, e ce ne torniamo finalmente a casa, finalmente a dormire, stanchi e avviliti, ma contenti.

La prossima volta non mi muovo da qua. E nonostante tutto, come recita una scritta su un muro ad Aprilia:

venerdì 24 ottobre 2014

a day in the life: cose di casa e nuovi amici

Yogyakarta offre parecchi scorci bucolici. Campi di riso, palme e polli ruspanti sono all'ordine del giorno per chi abita nel sud della città, lontano dal trafficato e turistico centro. La cosa è ottima se si vuole trovare un po' di fresco, la sera, dopo le calde ore pomeridiane.



Ma abitare in campagna comporta qualche inconveniente. Sopratutto, comporta degli incontri inaspettati. Ad esempio, non so quante vite di innocenti quanto incoscienti rannocchiette avrò mietuto, ormai: i deliziosi anfibi pensano bene di attraversare la strada nell'esatto momento in cui passo scorrazzando felicemente in sella al motorino. Risultato, una ormai già lunga serie di frittata di rane, che ogni che le vedo là, spiaccicate, mi prendono i rimorsi.

Poi uno entra nel kampung (complesso abitativo), saluta i guardiani al cancello e procede tranquillamente tra case e rumorosi bambini. Ma c'è sempre l'imprevisto: la gatta incinta, che regolarmente ogni sera si presenta di fronte alla tua porta per giocare con le tue calzature, ti vede. Puoi leggerle il terrore negli occhi per lo spaventoso rumore del velocipede. Con un balzo da vero felino si rifugia sotto un'auto, schizzando dall'altra parte della strada, costringendoti così a una sterzata tanto improvvisa quanto pericolosa per evitare di mietere una delle sue sette vite, nonchè quelle dei nascituri.


Apri il cancello, facendo un rumore analogo a quello della tromba dell'apocalisse, e parcheggi. Apri la porta, accendi la luce... e non succede assolutamente nulla. Ti guardi in giro, e ti rendi conto che si è in pieno black-out - e l'ultima volta è durato ben cinque ore. Non so se riesco a rendere l'idea di cosa significhi rimanere senza elettricità: al di là delle luci, che si possono arrangiare con delle candele, il ventilatore non funziona. E questa è una vera sciagura. In questi giorni di afa tremenda, che in teoria precedono l'arrivo delle piogge, il ventilatore è più di un caro amico, è più di un compagno, più di un padre. E le piogge tardano già da due settimane.


Si opta quindi per la doccia. La doccia si fa così: si va in bagno, si apre l'acqua, si riempie una vasca e, quando il livello raggiunto è sufficiente, si prende l'acqua con un colino e ce la si versa addosso. All'inizio può sembrare una barbarie, ma con il tempo si realizza di quanto l'idea di tirarsi secchiate d'acqua sia davvero geniale. Quindi, speranzoso, vai in bagno per aprire l'acqua, e il rubinetto fa un rumore ctonio, sputazza, indispettito, quindi niente. Non c'è acqua. Tutto secco per il troppo caldo, e sempre perchè le piogge tardano ad arrivare.

In preda alla più nera disperazione uno entra in cucina, con l'intento di farsi almeno un the caldo - almeno finchè c'è gas nella bombola... - e scopre che il topo che vive nel controsoffitto ha pensato bene di fare strage dell'mmondizia, nel tentativo di cercare cose da mangiare. Il tempo di sopprimere l'ennesimo sconforto, e lo si sente scorrazzare, zampettante e felice, sopra la tua testa.


Come ultimo sberleffo, il geko tokay pensa bene di fare una serenata, nascosto chissà dove bell'albero della casa affianco. Nello stesso momento, il mango del vicino fa cadere un frutto, che rimbalza rumorosamente sul tuo tetto.


La serata passa all'insegna del "risparmio energetico", cercando di conservare quanta più batteria possibile sul computer. Vinti dalla sfiga si va a letto, in un bagno di sudore, pensando che almeno è finita, e che "dopotutto, domani è un altro giorno."


Ma nel pieno della notte si viene svegliati dal miagolio della già nota gatta suicida - che è stata chiamata Lewati: letteralmente significa "di passaggio", a causa del suo randagismo. Chissà come ha trovato il modo di entrare in casa, forse da qualche finestra. Ti alzi, la inviti gentilmente ad uscire. Almeno cacciasse il topo, pensi.

Dopo una notte insonne ci si sveglia. Energia tornata, e tutte le luci sono accese. Urge una corsa al supermarket per comprare la ricarica - perchè qua funziona così: non esistono bollette. Quando hai consumato il credito su una scheda comprata al supermarket, devi andare a fare una nuova ricarica e inserire il credito nel contatore. Ma senza fretta, ormai è giorno. Tanto più che l'acqua è tornata. Ci si fa la doccia più bella del mondo, ovviamente cantando tra una secchiata e l'altra, e si torna alla vita. I panni stesi la mattina sono più che asciutti. Il caldo ogni tanto è utile.

Tremo al pensiero di cosa possa succedere quando inizierà a piovere.

(Avendo ricevuto molti consigli su come liberarsi dai topi in casa, mi preme fare un annuncio: il roditore è ufficialmente parte della ciurma. E' stato chiamato Bunkus, che in indonesiano significa "take-away", nel senso del cibo a portar via. Il motivo mi pare più che evidente. Ora gli viene gentilmente e amorevolmente lasciato un mucchietto di cereali, o un biscotto, nei pressi del buco del soffitto dal quale esce. E pare gradisca. Manco fosse un'offerta a qualche esotica divinità giavanese.)

giovedì 18 settembre 2014

a day in the life: momenti di musica

Nonostante questi giorni siano ancora di assestamento, non passa un giorno senza che vada ad un concerto, uno spettacolo di danza, una festa di quartiere con musica dal vivo, o un festival o una competizione artistica. Situazione-tipo immaginaria: uno esce in motorino per andare a comprare i chiodi con cui appendere la zanzariera sopra il letto, e dopo essersi perso nelle viuzze alla ricerca del supermercato che gli era stato indicato, ecco che, girando l'ennesimo angolo - sempre imprecando silenziosamente contro pedoni, motociclisti e tassinari indisciplanati - ci si ritrova davanti a un palco: musica, danze, canti, cabaret. Ma non che la cosa si limiti alla musica tradizionale: qui si trova praticamente di tutto. Tanto per capirsi, ecco di seguito le diverse situazioni nelle quali mi sono trovato invischiato nei giorni scorsi.


Prima di tutto il Yogyakarta Art Festival, ospitato nei pressi del palazzo del sultano di Yogya (quindi la parte "in" della città), dove pittori, fotografi, artisti batik, musicisti e danzatori, oltre ad un nutrito pubblico, si sono ritrovati per una settimana dedicata, come è facile intuire dal nome dell'iniziativa, all'arte in generale. Mi metto in viaggio sul fedele motorino con l'intenzione di trovare qualche spettacolo di musica e danza tradizionale (che pure c'è stata, anche se per un tempo decisamente limitato), e invece mi ritrovo prima ad un concerto punk, quindi, il secondo giorno, ad uno rap, con la Yogyakarta Hip Hop Foundation che miscela suoni del tradizionale gamelan con elettronica e liriche che infiammano il pubblico della città.


Vagando nell'area del festival, tra le mille bancarelle di vestiti tradizionali, paccottiglie da turisti, cibo locale e quant'altro, vengo più volte fermato da completi sconosciuti che pagherebbero pur di farsi una foto con me. Stai al gioco, sorridi, tènchiu, e il giro ricomincia. Sono stato fotografato più in questa occasione di quanto non abbia mai tollerato nella mia vita.

Non essendo riuscito a saziare la mia voglia di arti più tradizionali, l'altra sera sono andato ad uno spettacolo di wayang kulit, il teatro delle ombre giavanese. Lo spettacolo inizia alle 21, e dura tutta la notte. Insieme ad alcuni amici ci siamo seduti in prima fila, dando evidentemente l'impressione al resto degli astanti che stessimo realmente capendo ciò che il dalang (burattinaio ma anche attore, musicista, sciamano, guaritore e quant'altro) recitasse durante la performance. Mi guardo intorno, e raccolgo sguardi di approvazione da parte di un gruppo di uomini seduti dietro di me: uno mi sorride compiaciuto, mi dice qualcosa in giavanese, e sembra aspettare una mia risposta. Non posso descrivere la sua delusione quando, in inglese, gli ho fatto capire che non parlo né la lingua indonesiana, né tantomeno il dialetto di Giava. Il suo sorriso si spegne, io mi rigiro, e continuo ad assistere, pienamente inconsapevole, alla performance. Dopo qualche secondo, sento qualcuno ridere alle mie spalle. Non muovo un muscolo. A mezzanotte, dopo tre ore di spettacolo, decido di averne abbastanza, e sgombro il campo.



Cambio di location: sera, Racily, un ristorante nei pressi dell'università, dove servono un ottimo milkshake, il "Caribbean nut", composto da caffè (forse), ghiaccio, cioccolato e (ebbene si) scaglie di formaggio. Dopo la prima scettica volta è diventato praticamente una droga. Insomma, sono seduto al tavolo, nella vana speranza di avere una connessione decente per controllare email e messaggi dalla tanto lontana patria, e del tutto inaspettatamente inizia una performance di musica elettronica / noise. Sempre perché non ci piace farci mancare niente.


Infine, la festa di quartiere. Notte, arrivo a Kotagede, famoso per la lavorazione dell'argento, scortato insieme ad alcuni amici da un ragazzo indonesiano invischiato nell'organizzazione del festival. Parcheggiamo il motorello, e si entra: firmiamo una specie di foglio delle presenze – nome, da dove vieni, firma – quindi ci viene regalata una scatola contenente cose da stuzzicare. Sul palco l'immancabile orchestra gamelan accompagna le danze dei bambini, incoraggiati dagli applausi di genitori e parenti che si trovano in primissima fila. Prendiamo posto sulle sedie, attirando per buoni cinque minuti tutta l'attenzione del pubblico, eclissando la performance dei ragazzi con la sola nostra presenza. In meno di un secondo il capo del quartiere, più altre importanti personalità, si sporgono sopra di noi, stringendoci la mano e chiedendoci da dove veniamo. La speranza di non essere fotografati svanisce quando l'organizzatore estrae una macchinetta e inizia a flasharci. E anche qui, sorriso, tènchiu e passa la paura. Visto che il gioco funziona, si passa al livello avanzato, ovvero le foto con i bambini. Altro giro, altra corsa. Il terrore vero è stato quando dal palco abbiamo distinto le parole "bulé" (stranieri) e "italì": già pronti a fuggire, nessuno ha però richiesto la nostra presenza sul palco. Passata la strizza, ci rilassiamo e ci godiamo lo spettacolo. Dopo le danze dei pargoli e un improvvisato coro femminile, viene portato sul palco la rappresentazione di albero: alcuni danzatori accendono le candele poste sulla punta (rischiando di dare fuoco ad un microfono che pende da soffitto, tra l'altro), quindi iniziano a danzarci intorno al suono dei gong del gamelan. Chiedendo di cosa si trattasse, mi viene spiegato che è un rituale per la fertilità.


Terminato lo show, ci alziamo per andarcene: un'ultima foto, un'ultima stretta di mano con gli organizzatori, sorrisi e ringraziamenti da entrambe le parti. Ci avviamo al motorino, sicuri di trovarlo dove l'avevamo lasciato due ore prima. E invece non c'è. Attimi di panico, poi un ragazzo si avvicina sorridente: ci dice che ha "parcheggito bene" il motorino, spostandolo qualche metro più in là, in un angolo buio. Duemila rupie indonesiane per l'ottimo servizio e la botta di ansia, un ultimo grazie e si torna a casa.

domenica 7 settembre 2014

Nuovi arrivi

La prima cosa che ho capito, una volta arrivato a Yogyakarta, "città delle arti" indonesiana, è che se non hai un motorino non sei davvero nessuno. Il motorino è essenziale. Il motorino è necessario. Il motorino serve per andare a scuola, per andare a fare la spesa, per andare in centro, per andare al mare. Ma non voglio bruciarmi immediatamente tutto quanto.

Prima di tutto la foto del bolide (non mio, di un'amica, ma ne comprerò uno presto) che mi ha scarrozzato in giro in questi giorni. Dopo i primi stentatissimi tentativi, posso dirmi felicemente acclimatato nel pericolosissimo e sregolato traffico di Yogyakarta - che, posso assicurare, è davvero qualcosa di impensabile. Per chi, come me, non ha mai guidato su due ruote, il senso di marcia invertito, la totale assenza di segnali, e l'affollamento - oltre ai "sorpassi contromano di motorini che trasportano ceste di polli a tutta velocità" (cit) - sono stati ostacoli davvero ardui. Primi giorni di panico più totale, ma ci si abitua presto.


Nella foto è compresa anche una visione della casa (dolce casa) dove sono riuscito a piazzarmi grazie all'estrema disponibilità di un'amica locale. Spazi immensi, prezzi che definire accessibili è poco, operosissime formiche che spazzano via le briciole più velocemente di un'aspirapolvere, e incredibilmente niente zanzare. Ma mi dicono di aspettare la stagione delle piogge per cantare vittoria: per il momento mi godo ancora questo ultimo mese di sole. Unico inconveniente il caldo, che viene combattuto dai locali indossando altri vestiti invece che, come sembrerebbe più logico, togliendosene. Ed è così che girando per le strade è possibile vedere motociclisti equipaggiati di giubbotti di pelle, felpe, guanti, e quant'altro. E la temperatura media si aggira intorno ai 30 gradi.

I primi giri mi hanno portato nei pressi del Kraton, palazzo di sua maestà Bowono X, attuale sultano regnante di Yogyakarta. Il palazzo si sviluppa come una città nella città, e tutte le persone che lavorano nel palazzo vivono nei suoi pressi. Girovagando nelle piccole stradine si vedono scuole, moschee (l'indonesia è un paese a maggioranza mussulmana), negozi di souvenir e arte tradizionale, banchetti di cibo da strada. Tra, motorini, auro, risciò motorizzati e calesse - che, mi dicono, sono una sopravvivenza del colonialismo olandese - la situazione è come nel resto della città particolarmente caotica.




Ci sarebbe molto altro da dire, ma è stato già arduo trovare il tempo di iniziare questo blog. Il titolo è provvisoriamente lo stesso del viaggio in birmania, in vista di una eventuale collezione di questi interventi in un libro che, sappiamo tutti, sarà campione di vendite nelle librerie di Campoleone.

Infine, un assaggio della significativa colonna sonora che mi ha accompagnato fino ad ora.