mercoledì 24 giugno 2015

Ritorno a casa

L'ultimo mese è stato abbastanza pieno. Sopratutto, due cose hanno impegnato le scorse settimane: il tanto agognato viaggio in Birmania, e i preparativi per il ritorno in Italia, ormai prossimo.



Dato che esiste già un blog sulla Birmania, non annoierò ripetendo sempre la stessa musica. Ci tengo però a sottolineare che nel frattempo là sono cambiate parecchie cose: per esempio, il visto turistico di entrata di cui sopra. Averlo, fino a qualche anno fa, significava un bel po' di stress, nella migliore delle ipotesi. Adesso si va su internet, si paga, si aspetta, e dopo pochissimo arriva la conferma. Se penso a tutto quello che ho dovuto passare io mi viene da piangere.

Comunque, si è colta l'occasione per fare ben sedici ore di transito all'aeroporto di Singapore. Può sembrare un inferno, e in effetti un po' lo è stato. Ma l'aeroporto è super organizzato, e la cosa migliore sono probabilmente i massaggia-piedi automatici che, gratuitamente, per quindici minuti, si prendono cura delle estremità inferiori di poveri e stanchi viaggiatori.


Altro vantaggio, se si aspetta più di cinque ore all'aeroporto, è possibile fare un tour gratuito della piccola città-stato sudestasiatica. La guida del gruppo non fa altro che terrorizzare i visitatori, ribadendo continuamente che, se non si risale in tempo sull'autobus del tour, il bus parte e ti lascia a provare il servizio taxi di Singapore. Terrorismo psicologico.





Singapore è diversa da qualsiasi città del Sudest Asiatico: organizzatissima, pulitissima, sembra di stare in Svizzera più che a pochi chilometri dalle caotiche capitali come Bangkok, Jakarta, o Yangon. I posti che ti fanno visitare sono ovviamente i più suggestivi: la riva del fiume da cui ammirare i grattacieli illuminati, la statua del mezzo leone-pesce, simbolo della città, e i giganteschi "super-tree", alberi artificiali di 30 metri che di notte vengono illuminati, dando la sensazione di stare sul set di Avatar. Ma in generale sembra di stare un po' in una città di piccole formichine, dove tutti stanno al loro posto, tutti procedono ordinatamente a fare il compito loro assegnato, senza sgarrare di una virgola. Insomma, una sensazione abbastanza straniante. Niente a che vedere con quanto canta Tom Waits, ecco.


Chiudiamo la parentesi singaporiana, facciamo un salto sulla permanenza birmana, e torniamo in Indonesia, Yogyakarta. Come dicevo, tra pochi giorni si torna a casa, e le cose da fare sono molte. Per esempio, io fino a pochi giorni fa non ero ancora mai stato a Prambanan, il famoso tempio induista che TUTTI visitano appena arrivano a Yogyakarta, dato che dista pochissimi chilometri dalla città. Io no, io ho aspettato dieci mesi per vederlo. Ne è valsa la pena.



Potrei stare qua a fare un elenco di "ultime cose": l'ultimo intervento sul blog, tanto per cominciare. L'ultimo giro a Malioboro, la via turistica per eccellenza di Yogyakarta. L'acquisto degli ultimi souvenir. L'ultimo "nasi goreng" (per i disattenti, "riso fritto"), che come si vede nella foto mi hanno servito con patatine colorate di dubbia provenienza. L'ultimo saluto a varie persone tra cui il mio bonario insegnante privato di musica.



Casa è ormai vuota. Venduti i mobili, staccati i quadri. Addio, fedele ventilatore, e grazie. Non abbiamo avuto cuore di dare via pure i tappeti, dato che i gatti li hanno eletti a loro angolo di ristoro preferito. Tra l'altro i due felini ultimamente girano sempre per casa, come se presagissero che presto resteranno senza i loro padroncini adottivi.


La raccolta delle ultime cose. Al centro del salone campeggiano adesso solo scatole e valigie stipate di roba. Organizzare la spedizione via nave container degli strumenti musicali e delle due scatole di plastica è stato (ed è ancora, dato che al momento stanno ancora là) una fatica che non posso raccontare. L'ultimo immane sforzo. Un inferno, tra preventivi con il paziente omino delle poste e ripensamenti continui, tipo "questo lo metto qua, questo me serve me lo porto, questo c'entra, no che non c'entra, c'entra, c'entra, a quanti chili è arrivata la valigia..." Ma dovremmo avercela fatta ormai.


Quindi, quasi in partenza. L'ultima cena con gli italiani che restano qua, fedeli alla trappola dorata che per molti è l'Indonesia. E l'ultima cena con gli amici indonesiani, anche se col Ramadan già iniziato è un po' complicato convincerli a venire ad una festa.

Mi immagino già lo spirito con cui verrò accolto a casa.

lunedì 1 giugno 2015

Pillole di etnomusicologia: la ricerca sul campo

Ricordo la prima volta che sono partito per il Sudest Asiatico per fare ricerca. All’ufficio dell’assicurazione internazionale, dopo aver firmato mille documenti, il tipo mi stringe la mano e mi fa: “Allora buon viaggio e buon divertimento!”.

Ecco, vorrei chiarire una cosa. D’accordo che un etnomusicologo magari viaggia e vede (eventualmente) posti magnifici. Ci sta. Ma io non vado in vacanza. Io vado a lavorare e a studiare. E non è facile, credetemi. Uno pensa: parti per il Sudest Asiatico, spiagge tropicali, cocktail di noci di cocco, palme, sole. E invece ci si becca riso strabollito, pollo fritto e pioggia tutti i giorni, per mesi.

Con l’intento di sfatare un po’ di miti, e per far capire che cosa vuol dire fare “ricerca sul campo”, ora vi racconto un po’ di cose che sono successe in quel di Sulawesi, Indonesia, qualche settimana fa.

SULAWESI

LE MOTIVAZIONI DELLA RICERCA
Nel caso in cui si voglia svolgere un periodo di ricerca su una cultura musicale presente in un determinato luogo, è bene scegliere un aspetto o un argomento che ancora non è stato studiato. In questo modo, l’eventuale studio risulterà più interessante, e contribuirà attivamente ad allargare le conoscenze dell’umanità, magari aggiungendo un piccolo tassello a gigantesche questioni come “Chi siamo, e dove andiamo?”. La scelta è quindi un momento cardine, dal quale dipende tutto l’andamento della ricerca.

Febbraio 2015. Io e Ilaria siamo davanti alla cartina dell’Indonesia appesa sul nostro muro. La conversazione storica è stata:

“Oh, andiamo a fare ricerca a Sulawesi.” dico io
“Perché?” chiede lei
“Guarda, ha la forma della Kappa dei cereali Kelloggs, te pare che non c’è qualcosa?”

Appunto.



LA PREPARAZIONE DELLA RICERCA
Un bravo ricercatore è a conoscenza della letteratura relativa al suo campo di studio. Ha letto di ogni parola degli articoli e libri dei mitici predecessori, che esploravano il campo con elmetto coloniale, facendosi strada nella foresta pluviale a colpi di machete. Lo studio di queste opere prima della partenza permetterà al novello ricercatore, una volta giunto sul campo, di avere un quadro molto chiaro delle cose da osservare, delle informazioni da ottenere, dei luoghi che è necessario visitare. Inoltre, ai giorni nostri un bravo ricercatore non può limitarsi alla lettura delle opere nelle lingue che padroneggia: un bravo ricercatore deve saper almeno leggiucchiare inglese, francese, tedesco, perché nulla può essere lasciato al caso.

Io e Ilaria nella biblioteca dell’università indonesiana dove studiamo. Cerchiamo libri in inglese sulla cultura delle popolazioni Bugis di Sulawesi, la musica dei quali sembra non sia stata molto indagata.

Troviamo tre volumi.
Trecento pagine l’uno.
Tutte in lingua indonesiana.
Maledizione.


D’altra parte, non bisogna dimenticare che, per quanto ci si possa voler preparare teoricamente, la ricerca sul campo è un’esperienza da vivere in prima persona. Non c’è libro che possa sostituire l’acuto occhio e l’attento orecchio del ricercatore, né esiste preparazione che possa garantire la giusta dose di fortuna necessaria per essere al posto giusto e al momento giusto. Inoltre il ricercatore non deve dimenticare di sfruttare ogni mezzo per riuscire ad ottenere le informazioni necessarie. Le potenti nuove tecnologie rientrano tra queste, e Internet è spesso un ottimo punto di partenza.

Accantonata l’idea di leggere i mattoni, cerchiamo febbrilmente informazioni sulla rete. Esce un video su Youtube. Trepidanti, apriamo il link. Si tratta di un documentario sui Bissu, sciamani della popolazione dei Bugis, che fanno da tramite tra il mondo umano e quello soprannaturale. Video pessimo. Audio non ne parliamo. La musica che accompagna il rituale è un concentrato di cacofonie. Tra i video correlati, spendenti stelle del migliore pop indonesiano. La ricerca su internet deriva alla grande.


Mi viene in mente quella parte del film di Indiana Jones in cui si dice che il ricercatore “passa la maggior parte del suo tempo in biblioteca, e la X non indica mai il punto dove scavare”. Comunque, la decisione è presa. Che sia una ricerca sulla musica dei rituali sciamanici dei Bissu.


CERCARE I CONTATTI
Avere già i giusti contatti sul campo è una buona cosa. Quando si arriva in un posto mai visitato, e soprattutto se non si padroneggiano i dialetti locali, è bene viaggiare con qualcuno di fiducia che possa intercedere per te. Il contatto sul campo contratta per l’affitto dei mezzi di trasporto. Ti presenta a eventuali capi-villaggio o importanti personalità del luogo. Conosce il luogo, e in quali posti è possibile andare a mangiare e dove si trovano posti sicuri per riposare. Inoltre, essendo un uomo del luogo che ha già visto molte delle cose che l’eventuale ricercatore va indagando, può essere utile anche come informatore, e chiarire i molti dubbi che immediatamente assilleranno un ricercatore attento e curioso.

Dipartimento di Etnomusicologia della solita università indonesiana, tre giorni prima della partenza. Parliamo con il professor Amir, originario di Sulawesi, che si era offerto di accompagnarci. “Spiacente ragazzi, ma non posso venire con voi, ho un impegno improvviso. Dovete andare da soli. Però posso darvi il contatto di alcuni amici che sono là. Mi devono qualche favore e se riesco a ricattarli magari vi aiutano.”

Proprio come da manuale.


ACCESSORI E PARTENZA
Un buon ricercatore deve essere pronto ad affrontare ogni eventualità. La sua valigia deve essere leggera, adatta tanto a un percorso di montagna nella foresta pluviale o in una palude. Non è sicuro della natura delle strutture ospitanti una volta arrivato sul campo, né se sarà possibile procurarsi beni di prima necessità. Per questo è bene avere con sé vestiti buoni per ogni occasione, senza dimenticare di portare abiti più o meno “formali” per le occasioni ufficiali nelle quali potrebbe essere coinvolto. La scelta della giusta strumentazione per registrazioni audio e video è anche di vitale importanza: bisogna avere la sicurezza di poter registrare lunghe sessioni con alta qualità.

30 marzo 2015. Sull’aereo per Makassar, capitale della provincia meridionale di Sulawesi:
“Hai preso l’asciugamano?”
“No, l’ho dimenticato. Tu hai preso il cavalletto della fotocamera?”
“…”
Perfetto.


ARRIVO SUL CAMPO
La fortuna è un elemento essenziale di ogni ricerca sul campo. Fortuna serve per contattare le persone giuste. Instaurare un buon rapporto con i locali è fondamentale per riuscire ad ottenere aiuto e informazioni. Fortuna serve per trovarsi al posto giusto al momento giusto: ciò è fondamentale soprattutto nel caso si stia lavorando all’interno di contesti rituali. Non è infatti detto che il calendario delle celebrazioni preveda una festività proprio durante il periodo di ricerca che si intende spendere sul campo.

Arrivati a Makassar, entriamo miracolosamente in contatto con il signor Yusri, uno degli amici ricattati dal professore di cui sopra. Yusri ci porta a casa di amici a Maros, una piccola città vicino alla capitale Makassar.


Maros è una buona base per andare nelle città di Bone e Pangkep, dove sembra siano ancora presenti i nostri sciamani Bissu. Il giorno dopo saltiamo in macchina e ci dirigiamo a Pangkep, nella speranza di parlare con qualche sciamano o qualche musicista.

Arriviamo, e veniamo ricevuti. Dopo qualche domanda preliminare, scopriamo che il rituale principale viene tenuto a Novembre. Il resto dell’anno non si celebra nulla. Siamo decisamente fuori tempo massimo. Un po’ avviliti, ma con la speranza di tornare un prossimo Novembre, risaliamo in auto.
Non sapendo che fare, il signor Yusri ci propone di andare a visitare alcuni amici che vivono in un villaggio tradizionale lì intorno. E’ utile, ci dice, così capite come vivono i Bugis da queste parti. Effettivamente ha ragione. Accettiamo senza compromessi.

Arriviamo in questo villaggio, e immediatamente una torba di bambini adoranti ci si fa intorno. Tutti vogliono una foto. Facciamo circa un’ora di cosiddetto photo-shooting: senza di noi dentro, con noi dentro, con tutte le bambine, con tutti i maschietti, con le vecchiette. Stringiamo la mano a tutto il villaggio. Finita l’incombenza, saliamo sulla casa-palafitta tradizionale dei Bugis. Lì, alcuni uomini ci aspettano. Hanno delle taniche piene di uno strano liquido bianco. Arak. Grappa ricavata dalla palma da cocco. Portano i bicchieri. Iniziamo a bere. Un sapore indescrivibilmente orrendo. Ci guardano, sorridono, riempiono di nuovo il bicchiere. Il signor Yusri sfida il gruppo a vedere chi beve di più. Ma i Bugis non erano musulmani? Tra una cosa e l’altra, passiamo tutta la notte là sopra, nella casa degli uomini, ubriacandoci lentamente. A un certo punto partono le canzoni. Meno che avevamo ripassato su Youtube prima di partire. Dopo un timido inizio, ci ritroviamo a cantare a squarciagola “La società dei magnaccioni”.

Piccole gioie della ricerca sul campo.







SAPERSI ADATTARE
Sapersi adattare alle varie situazioni è una capacità preziosa. Nel caso il primo obiettivo non possa essere raggiunto, avere un piano di riserva con il quale la ricerca possa comunque essere portata avanti è determinante. Non bisogna tralasciare dunque di tenere più di una freccia al proprio arco.

Non avendo trovato rituali a Pangkep, decidiamo di dirigerci verso Bone, a circa quattro ore di auto da Makassar. Stando a quanto dicono i nostri amici-informatori locali, infatti, anche a Bone è presente una comunità di sciamani ancora attivi. Speranzosi, salutiamo tutti e ci dirigiamo a Bone.
Il viaggio è terrificante. Stretti in un’auto normalmente pensata per sei posti ma caricata con undici passeggeri, il guidatore sfida tutte le leggi della fisica su strettissime e pericolose stradine di montagna, superando motorini, camion e altri normali guidatori, sostenuto da un’improbabile musica da discoteca indonesiana sparata a volumi assordanti.


Arriviamo miracolosamente a Bone, e sempre miracolosamente la macchina ci porta davanti casa di Angel (lui scriveva Enjel), il principale Bissu lì presente. Tutti sono molto indaffarati nella preparazione del rituale che, scopriamo, sarà il giorno dopo. Questa è più che fortuna. Prendiamo appuntamento per il giorno dopo e ci facciamo indicare un albergo nelle vicinanze. Confortati che almeno abbiamo qualcosa da fare, andiamo a prepararci per il grande giorno.


LA RICERCA
Un buon ricercatore è consapevole che la sua presenza nel contesto studiato altera o influenza anche in minima parte tale contesto. Sebbene ciò non possa essere evitato, è necessario cercare di essere invadenti il meno possibile, e di avere il minimo impatto possibile nel contesto studiato. Una buona capacità di adattamento ai costumi locali è quindi un ottimo punto di partenza.

La mattina della celebrazione, arriviamo a casa del capo-Bissu Enjel. Per l’occasione siamo vestiti “a modo”: niente pantaloncini, camicia o maglietta a maniche lunghe. Quindi si muore di caldo. Le borse con l’apparecchiatura fotografica e video non sono mai state così pesanti e ingombranti. Pensiamo che vada bene, e invece:
Enjel: “Non potete venire vestiti così, si tratta di una cerimonia ufficiale.”
Ricercatori: “Quindi come dobbiamo vestirci?” [Spaventati]
Enjel: “Con i vestiti tradizionali dei Bugis! Vi do io qualcosa, ho una boutique intera!”

Risultato:

[maledetto blog che me mette le foto girate]

PROFESSIONALITA’
Sia che si tratti di fare riprese video, che di scattare fotografie, un buon ricercatore deve essere concentrato e non farsi distrarre per nessun motivo. Ogni momento può essere essenziale, e se l’attenzione del ricercatore non è focalizzata su quanto accade, potrebbe essere impossibile ricostruire le fasi e i significati della cerimonia alla quale si sta assistendo.

Arriviamo sul luogo della celebrazione. Una folla spaventosa. Scendiamo dall’autobus insieme ai musicisti e ai medium. Gli occhi di TUTTI si girano verso di noi. Riuscite a immaginare cosa significa essere gli unici stranieri bianchi che indossano il vestito tradizionale locale in mezzo ad una folla di indonesiani? Un assedio rende bene l’idea.

Indonesiano n.1: “Mister, mister, foto foto insieme!”
Ricercatori: “No, dobbiamo riprendere la cerimonia.”
Indonesiano n.2: “Mister, foto foto!”
Ricercatori: “No, non adesso… dopo forse…” [sconfortati]
Indonesiano n. 3-4-5-6… 1000: “FOTO FOTO FOTO INSIEME FOTO FOTO MISTER FOTO FOTO INSIEME FOTO FOTO FOTO FOTO”

Passiamo la prima mezzora in posa. La cerimonia inizia. Noi siamo ancora fuori a fare maledettissime selfie, accerchiati.


Ci tengo a sottolineare che gli indonesiano non fanno alcuna differenza tra “mister” e “miss”. Anche se sei donna, sei sempre “mister”.


MUSICA E RELIGIONE
In una celebrazione in cui la musica svolge un ruolo determinante nel rituale, le due dimensioni (musicale e religiosa) sono spesso, se non sempre, strettamente connesse. Il ricercatore dovrà quindi fronteggiare l’ignoto, l’Orrore conradiano, l’Abisso che se lo guardi ti guarda a sua volta. La mentalità scientifica del ricercatore, parte integrante della sua formazione, si scontrerà inevitabilmente con credenze e rituali selvaggi e magici, incomprensibili per la sua mente occidentale.

Prima dell’inizio della cerimonia, improvvisamente uno dei musicisti si sente male. Si rotola a terra, lamentandosi, occhi chiusi, tremori incontrollati. Dopo pochi minuti arriva Enjel, il capo-Bissu, il quale chinandosi sul malato inizia a tastarlo, come per visitarlo, allo stesso tempo dando indicazioni imperiose alle persone circostanti, che subito scattano in ogni direzione evidentemente alla ricerca di qualcosa. Ecco, pensiamo: la trance. La malattia. Il potere della cerimonia e degli spiriti dei Bugis, non ancora gestito ritualmente dagli sciamani e dalla musica, si è riversata su un povero malcapitato. Fortuna che è intervenuto lo sciamano! Interessati, chiediamo cosa stia succedendo, dato che tutti i discorsi fatti fino a quel momento si sono svolti nella lingua dei Bugis, che ovviamente non padroneggiamo:

Ricercatori: “Cosa succede?”
Enjel: “Quel ragazzo si sente male.”
Ricercatori [trepidanti]: “Certo. Sei intervenuto su di lui con qualche potere spirituale? Hai chiesto alle persone di andare a cercare delle erbe medicinali? O dei particolari oggetti rituali per curarlo?”
Enjel: “No, sta male perché non ha ancora mangiato. Ho chiesto di andare a prendere qualcosa per fargli fare colazione.”
Ricercatori [alla sprovvista, in italiano]: “ah, bhè certo… te pare.”

Gli indonesiani e la loro eterna fissazione per il cibo.

[questa no, questa rimane dritta...]



INTERVISTE
Un buon ricercatore sa che osservare e riprendere una cerimonia non è sufficiente per comprenderne a fondo tutti gli aspetti. Per questo si rende necessario un ulteriore lavoro: intervistare i protagonisti della cerimonia, chiedendo spiegazioni circa il significato della musica e delle azioni rituali. E’ consigliabile svolgere tale lavoro al termine della cerimonia, quando le impressioni sono ancora fresche nella memoria del ricercatore, il quale potrà così fare le domande giuste e ricostruire l’accaduto.

Al termine della cerimonia, ci prepariamo per fare qualche domanda circa quello che abbiamo visto. Armati di registratore, blocchiamo i musicisti per chiedere informazioni circa la musica e il suo significato rituale:

Ricercatori: “Allora, avete suonato per due ore accompagnando la cerimonia. Dove avete imparato? Come si chiama questa musica? Quanti ritmi per tamburo esistono? La melodia è sempre la stessa, o si può improvvisare?”
Musicisti [quasi in coro]: “si, si, poi parliamo, adesso però andiamo a mangiare prima.”

Inizia un banchetto luculliano, durante il quale ovviamente la possibilità delle interviste sfuma in un attimo. Mai mettere un indonesiano davanti alla scelta tra un piatto di riso e qualsiasi altra cosa. Opterà inevitabilmente la prima.



POSCRITTO
La ricerca sul campo rappresenta una delle sfide più grandi per un studioso di tradizioni orali. Il ricercatore deve sapersi destreggiare tra mille difficoltà, venendo a patti con aspetti spesso scomodi della cultura locale, comprenderli e, una volta tornato a casa, avere la lucidità di distaccarsi da essi, analizzandoli e mettendoli per iscritto. Questa operazione non è facile, in quanto il ricercatore deve necessariamente entrare, anche se solo in minima parte, nella cultura da studiare, cercando di annullare per quanto possibile quel confine tra “noi” e “loro”, operazione che spesso porta a condividere emozioni ed esperienze con persone delle quali poi bisognerà mettere sotto una lente analitica. Il distacco non è per nulla facile, e il ricercatore tornato a casa deve spesso affrontare la nostalgia e la lontananza da persone con cui ha spesso stretto un legame di amicizia, e con le quali ha condiviso un’esperienza che ha allargato la sua visione del mondo.

L’ultimo giorno salutiamo i musicisti, salutiamo Enjel e gli altri Bissu, e saliamo a malincuore nell’auto che ci riporterà a sud, a Makassar, per l’inevitabile rientro. Tante le promesse e gli accordi: torneremo, ci scriveremo, resteremo in contatto. O almeno speriamo.

E nonostante tutte le difficoltà e le eventuali delusioni, il gioco per me vale sempre la candela.



APPENDICE: TANA TORAJA e BALI
Dato che ci stavamo, siamo rimasti in giro per un altro paio di settimane. Abbiamo raggiunto Tana Toraja, quasi al centro di Sulawesi, e poi Bali. Siccome per partorire questo post già ci ho messo diverso tempo, allego giusto qualche foto del resto del viaggio, magari con brevi descrizioni, giusto per capire di che si parla.

Sulawesi, Tanatoraja
Tana Toraja è probabilmente uno dei luoghi più belli dell’Indonesia. Turisticamente pronto ad accogliere orde di visitatori, ha da offrire paesaggio meravigliosi, disseminati dalle caratteristiche “tongkonan”, le case con il “tetto a barca”.




Il luogo attira i turisti soprattutto per i tradizionali riti funerari. I Toraja sono protestanti, ma nella loro cultura il culto tradizionale degli antenati e la religione cristiana risultano fusi insieme. Sono famosi i cimiteri ricavati nelle pareti di alture montane, dove le bare con i corpi sono sorvegliate dalle rappresentazioni dei defunti. I corpi vengono periodicamente rimossi, puliti, lavati, e rimessi al loro posto.



Parte integrante e centrale di una cerimonia funebre è il sacrificio di uno specifico numero di bufali e maiali. A seconda del grado sociale del defunto, una famiglia raccoglie per anni un numero che può arrivare fino a 24 bufali e diverse decine di maiali, per poi sacrificarli in occasione del funerale. Per tutto il tempo che la famiglia raccoglie il denaro sufficiente per acquistare i bufali e organizzare la cerimonia, il defunto non è considerato ancora trapassato del tutto, e viene nutrito e lavato come se fosse solo “malato”. Questi rituali vengono quindi definiti “di seconda sepoltura”. In uno dei giorni della cerimonia funebre (che dura anche una settimana) alcuni uomini ballano in cerchio il Ma'badong, cantando ritmicamente gli episodi principali della vita del defunto.






Bali
L’isola di Bali, pochi chilometri a est di Java, è di sicuro il posto più conosciuto dell’Indonesia – al punto tale che qualcuno pensa che “l’Indonesia è a Bali” [cit.]. Al 99,9% di religione induista, i balinesi non hanno le stesse restrizioni in uso nelle isole a maggioranza musulmana: si trova carne di maiale e alcol. Questo, unitamente alle sue spiagge, paradiso dei surfisti australiani, ha fatto si che negli anni l’isola diventasse una delle più battute mete turistiche mondiali.


Più che di spiagge, che non ce ne intendiamo poi così tanto, noi a Bali cercavamo rituali di trance e spettacoli di teatro delle ombre, più ovviamente musica. Trovare queste cose non è affatto facile: in tutta l’isola abbondano spettacoli di danza e musica tradizionali, ma la maggior parte delle performance che si vedono in giro sono organizzate per i turisti. Cercando più a fondo, nei villaggi, abbandonando la iperturistica città di Ubud, si scopre ovviamente un intero mondo. Ma bisogna sapere dove cercare, ed anche avere parecchia fortuna. Io e Ilaria siamo stati bravi, e abbiamo trovato tutto.

Il Calonarang è uno spettacolo di danza e trance in cui due maschere, il leone Barong e la strega Rangda, combattono tra loro. Il Barong assomiglia a un cagnolone: si gratta e si rotola per terra come un animale, ma rappresenta lo spirito protettore dell’isola, e possiede un grande potere benefico. Rangda incarna invece il lato malvagio. La rappresentazione del loro scontro riassume teatralmente la lotta tra i principi opposti di Bene e Male. Al termine della battaglia, l’ordine del cosmo viene ristabilito, i due principi sono di nuovo in equilibrio. In uno dei momenti chiave del rituale alcuni uomini affrontano la strega brandendo dei keris (pugnali tradizionali), ma sottomessi dal suo potere entrano in trance e si pugnalano da soli, senza però subire alcun danno fisico. Onnipresente è la veloce musica del gamelan balinese.






Il teatro delle ombre balinese è diverso da quello giavanese. Più mistico (già per l'uso del fuoco come luce invece di una lampadina, in uso a Giava), più legato alla celebrazione di un rituale, il marionettista viene considerato come un uomo dotato di un alto potere spirituale. Attraverso di lui, i personaggi della storia che racconta prendono vita, e le persone attendono alla rappresentazione con lo stesso spirito con cui seguono una cerimonia religiosa.

[niente da fare, maledizione!]



La musica per il teatro delle ombre balinesi vuole che a suonare siano quattro “gender”, una specie di xilofoni in bronzo con risuonatori di bambù. Lo stesso strumento è presente anche a Giava, e dato che in questi ultimi mesi mi sono impegnato a studiarlo, ho approfittato della vacanza a Bali anche per avere un’infarinatura della tecnica in uso a Bali per suonare questo strumento.


A Bali sono inoltre presenti i cosidetti “nove templi direzionali”: posizionati a partire dei punti cardinali, questi templi proteggono l’isola, e costituiscono la principale meta di pellegrinaggio di ogni balinese. Noi abbiamo cercato di vederli tutti, senza riuscirci – siamo arrivati a sette su nove. Alcuni erano particolarmente suggestivi.






Alla fine so’ andato in vacanza lo stesso, insomma.

domenica 29 marzo 2015

I diari del sepeda motor: parte 2

Dove eravamo rimasti?


Giorno 8: verso Malang
29 dicembre. 6 del mattino. Toc-toc. Brekfast. Non aggiungo altro, ci siamo capiti.
Una volta svegli ad un orario umano, prepariamo gli zaini. Oggi si torna a Giava. Dopo aver fatto aggiustare la gomma posteriore del motorino, che già da tempo dava segni di cedimento, abbandoniamo Bangkalan (e Madura) e riattraversiamo il ponte Suramado per rientrare nel caotico e improbabile traffico di Surabaya. Si noti l’ormai noto tocco giavanese nel trasporto di cose e persone:


Incuranti del pericolo, tra camion giganteschi e incauti automobilisti, ci dirigiamo verso Malang, fermandoci una sola volta sulla strada per mangiare. Nonostante questo, impieghiamo tutta la giornata per arrivare nella nuova metropoli, circa 300 chilometri a sud di Surabaya.


Di notte Malang è quasi deserta. Gareggiando con sporadici ma sfreccianti motorini ci fermiamo ad un Indomaret, sfavillante catena di supermercatini indonesiana. Obiettivo: raggiungere il famoso e costoso Hotel Tugu, punto di riferimento per la vicina zona di hotel e guesthouse da poveracci. Dopo vari giri, raggiungiamo finalmente la strada che ci eravamo prefissati. Mille hotel. Tutti pieni. A quanto pare è di moda passare capodanno a Malang. Dopo aver provato vari posti (e dopo inutili contrattazioni per stanze fuori dal nostro budget) veniamo indirizzati ad un hotel vicino. Stanchi morti, ma cocciuti, saliamo nuovamente in motorino e viaggiamo per diversi minuti fuori dalla città. Ma l’hotel consigliato è veramente un tugurio poco raccomandabile, su una strada trafficatissima e praticamente dentro una stazione di benzina. Non se po’ fa. Torniamo indietro, decisi a prendere la stanza super-lusso per la quale contrattavamo, quando, sbagliando strada, davanti a noi si presenta il meraviglioso Hotel Camelia. Posizione ottima, prezzi abbordabili, camere libere. Incredibile. Non ci pensiamo due volte, e prendiamo la stanza. E finalmente buonanotte.

Giorno 9: dintorni di Malang e templi vari
30 dicembre. 6 del mattino. Un frastuono squarcia l’aria. La terra trema. Terremoto di capodanno? Invece no, superato lo shock iniziale ci rendiamo conto che si tratta di un treno. Che dal rumore sembra praticamente passarci ai piedi del letto. Tipo la famosa scena di Superfantozzi, per capirci. Il meraviglioso Hotel Camelia è a un passo dalla ferrovia. Di notte non ce n’eravamo accorti. Te pare che non c’era l’inghippo.

Nonostante il risveglio traumatico, dedichiamo la mattinata a girare dentro e fuori la città di Malang: visitiamo il mercato degli uccelli (un must indonesiano: ogni casa che si rispetti ha almeno due o tre gabbiette con cinguettanti uccellini dentro), quindi ci avventuriamo nei campagnoli dintorni della città, alla ricerca dei famosi templi induisti costruiti qualche secolo fa dalle dinastie regnanti.



Tra tutti, il primo tempio visitato (Sumber Awan, si chiama) risulta essere di gran lunga il migliore: Sumber Awan è circondato dai campi di riso, con un vivace ruscelletto che ti accompagna durante il percorso a piedi verso il sito archeologico, e mille cicale che friniscono ininterrottamente dagli alberi.






Dopo aver lasciato una doverosa offerta agli spiriti del luogo, torniamo indietro. Lungo la strada, dei simpatici bambini urlano da lontano un chiarissimo “fak iu fak iu” in continuazione, probabilmente una delle poche parole che sanno in inglese. Che devi fa’, so regazzi. Si risponde per le rime  e via. Continuiamo la nostra gita archeologica, ma gli altri templi sono inseriti in un contesto più o meno metropolitano, il che significa macchine, motorini, folle di gente – il tutto decisamente poco rilassante. Atmosfera diversa, ma il gioco vale comunque la candela. Soprattutto per l’arrampicata sulle antiche pietre.




Sera, stremati ma soddisfatti, ci rituffiamo nel traffico di Malang e torniamo in albergo. Il giorno dopo è capodanno, e bisogna essere in forma per la grande notte.

Giorno 10: capodanno a Malang
6 del mattino. Tremori. Frastuono. A quanto pare le ferrovie non perdono una corsa, nemmeno se è festa.

Mattinata spesa alla ricerca di un evento di musica qualsiasi (ma possibilmente qualcosa di tradizionale). Giriamo vari uffici turistici. Niente. Niente di niente. Possibile che a Malang non ci sia della musica la notte di capodanno? Infatti non è possibile. Parlando con un parcheggiatore, figura estremamente autoritaria su qualsiasi strada indonesiana, veniamo a sapere che la sera, proprio nella piazza dove si trova il super-lux Hotel Tugu, ci sarà un concerto di “musik metal” (per gli addetti ai lavori, sottolineo che il termine “metal” qua si potrebbe intendere praticamente qualsiasi cosa, dal “rock”, all’”heavy metal” al “pop indonesiano”), Bene, perché no? Occorre solo equipaggiarsi, ovvero: comprare da bere, sia per il concerto che per capodanno. Quando mai si è visto un capodanno senza qualcosa di alcolico? Entriamo nel primo megamarket che troviamo, e sapendo che non troveremo mai super-alcolici di nessun tipo (siamo sempre in un paese musulmano, non dimentichiamolo mai!), ci buttiamo direttamente a cercare birre. Niente, manco una bottiglia. Solo analcoliche. Usciamo, megamarket numero due, stesso esito. Ti pare? Cominciamo a disperare. Poi, l’ultima spiaggia: la sfavillante catena di minimarket Indomaret. Entriamo trafelati, quasi correndo verso i frigoriferi. C’è! Missione compiuta! Facciamo scorta e ci prepariamo alla serata-concertone.

Man mano che passa il tempo, le strade iniziano ad essere sempre più piene di traffico. Il traffico è spaventoso, i motorini agguerritissimi. I mitici parcheggiatori sono ubriachi di potere. Facendoci strada con la nostra cavalcatura, raggiungiamo l’albergo, parcheggiamo e andiamo a piedi verso la piazza dell’evento.



Ore 20.00 circa. Sul posto ci sono già diverse persone che hanno preso posto sullo spazio di fronte al palco, e nei giardinetti intorno alla fontana che campeggia al centro della piazza. Immancabili i vari venditori di snack e di bibite, la loro musica sparata a tutto volume come reclame. Prendiamo posto, e iniziamo ad ingannare l’attesa sbevazzando. Dopo un’ora, ancora niente. Eppure amplificatori e chitarre sono là, pronti. Ma ecco! Un fonico si avvicina alla strumentazione sul palco! Inizierà a controllare che tutto funzioni, pensiamo. Invece no. Inizia a smontare la strumentazione per la chitarra. Dopo qualche minuto, sotto i nostri occhi increduli, altri fonici arrivano, smontando anche il resto: via la batteria, via pure il basso. Rimane solo un microfono al centro del palco. Dopo un’altra ora, lentamente, uno stuolo di bambini con la divisa di una scuola musulmana salgono sul palco. Si siedono. Poi un uomo, in abiti musulmani anche lui, sale e si mette davanti al microfono. Inizia a parlare di Islam. L’importanza delle tradizioni di qua. La decenza di là. I comportamenti da tenere. Maometto. Allah. Al-Quran. E noi là sotto, a sbevazzargli in faccia. Allarmati, chiediamo spiegazioni a un ragazzo la vicino. Che succede? C’è il nostro leader religioso che terrà un discorso, dice. Per quanto tempo? Per altre due-tre ore, dice. Ma il concerto? Annullato, dice. Ma come annullato? Ed è così che abbiamo passato la serata del (supposto) concertone di capodanno a ridoppiare in simultanea le parole dell’austero leader musulmano, ridendo sotto l’effetto di diversi litri di birra. E a mezzanotte ci siamo beccati pure i fuochi.



Giorno 11: verso Sendang Biru
1 gennaio 2015. Con un certo doposbronza, malediciamo il treno delle 6 del mattino. Ancora intontiti, prepariamo i bagagli. Oggi abbandoniamo la musulmanissima Malang per andare verso le spiagge del sud, un piccolo paradiso stando a quanto dice la guida. Saltiamo in motorino e maciniamo le solite centinaia di chilometri. La strada inizia a diventare interessante quando, abbandonata la grande via di comunicazione, ci infiliamo nelle stradine di montagna, unica via per la spiaggia di Sendang Biru. Con il povero motorino stenta a reggere le impervie salite, ci ritroviamo improvvisamente immersi in un traffico spaventoso. Si festeggia da queste parti. E l’anima della festa sembrano essere dei giganteschi camion, attrezzati a muro di casse stile rave-party itinerante, dai quali viene sparato pop indonesiano a tutto volume. Al tutto si aggiungono sporadiche e assurde coreografie simil-discotecare di giovani ragazzi che ballano sui camion, sprezzanti del pericolo. Uno spettacolo davvero imperdibile.


Da bravo etnomusicologo, riporto in parte il testo della super-hit del viaggio:

Makarena makarella
baila baila bella bella
Makarena makarella
All night long

Non so se ho reso l'idea.

Arrivati a Sendang Biru, la spiaggia non è ovviamente il posto da sogno che pensavamo. Più che altro si tratta di un porto. Ci informiamo, e pare che il posto sia il principale punto di partenza per visitare l’isola di Pulau (isola) Sempu, parco nazionale, dove la natura è davvero incontaminata e le spiagge quelle da cartolina che ci immaginiamo sempre quando pensiamo a posti tropicali. Purtroppo per oggi le partenze sono finite, dice l’omino dell’ufficio, ma domani si può fare. Alle 7:00 venite qua e partiamo. D’accordo, diciamo. Cerchiamo un posto dove dormire nei dintorni, e ci prepariamo spiritualmente alla gita del giorno dopo.


Giorno 12: Pulau Sempu
2 gennaio. Sveglia in ritardo, e di corsa all’ufficio del giorno prima. Troviamo l’omino a fumare beatamente, per nulla preoccupato dal nostro ritardo. Facciamo i biglietti per l’isola, affittiamo una barca e una guida che ci porterà nel percorso di trekking della riserva naturale, e partiamo. Il percorso non sarebbe particolarmente difficile e complicato, se non fosse per il fango. Chili di fango, ovunque. Fino al ginocchio, a volte. La passeggiata diventa così abbastanza impervia, cercando almeno di evitare scivolate e cadute nelle pozze più profonde di un metro. Il percorso ci porta comunque a delle spiagge (stavolta davvero) da cartolina. [Un esempio è anche nella seconda parte video precedente]




Rinfrancati e ristorati, prendiamo la via del ritorno, tornando a combattere ancora con fango e stradine impervie nella foresta. Improvvisamente, con la coda dell’occhio vedo avvicinarsi da dietro quello che mi sembra un grosso gatto. Quattro zampe. Coda. C’era tutto. Tempo un secondo, e la scimmia (giuro) mi salta addosso. Sento le sue ditine aggrapparsi a me, la sua coda stringermi la gamba. La sua testa si protende in un attimo, nel tentativo di sottrarmi la preziosa bustina di plastica che pende dalla tracolla del mio zaino. E’ stato un attimo, davvero. Tempo di squarciare la busta e vedere che contiene innocenti conchiglie, e non cibo, raccolto sulla spiaggia, e l’agile primate salta via, continuando a studiarmi. Ripresomi dallo shock momentaneo, mi giro e imbruttisco la scimmia, come ho visto fare nei film: apri la bocca mostrando i denti e “ringhi”. E la scimmia scatta in avanti, facendo lo stesso, pronta a rispondere ad un mio eventuale attacco! Da etnomusicologo a zoologo in meno di un secondo, non so se è chiaro. Dopo questa esperienza, non vorrei davvero trovarmi a confrontarmi con un macaco. Quei cosi sono maledettamente veloci.

Tornati sulla terraferma, senza più attacchi da parte di primati assassini, laviamo via il fango alla bene e meglio, riprendiamo i bagagli e partiamo alla volta di Balekambang, altra famosa spiaggia della costa meridionale di Giava. Guardiamo la cartina, la strada dovrebbe essere breve. E invece.

Dopo aver superato nuovamente gli impervi monti, guadagniamo la strada costiera. Bella, liscia, dritta, poco traffico. Paesaggio da sogno. Sembra incredibile. E infatti, dopo un po’ la strada finisce, per lasciare spazio ad una tratta di sassi, fango, rocce e terra. “Longsor”, di nuovo lui. Solo che stavolta si tratta di un tratto stradale in costruzione, lungo diversi chilometri. E inoltre non è possibile fare deviazioni. E meno male che doveva essere una strada “nuova, solo un po’ rovinata” stando a quanto ci avevano detto. Nuova, si. Talmente nuova che ancora la devono finire. Ci armiamo di pazienza e coraggio, e mentre calano le tenebre avanziamo lentamente nell’impervio percorso. A dispetto dei venti minuti previsti, usciamo dal dalla strada “longsorata” dopo quasi tre ore di lotta contro fango, pietre, piogga e oscurità. Davanti a noi si para un incrocio, e un piccolo ristorantino in legno appare come la terra promessa. Stremati e stressati, ci fermiamo per riprenderci.

Qui facciamo conoscenza con il gestore del ristorante – che io chiamavo signor Siomay (che significa “gambero”), dato che non riuscivo a fissarmi in testa il suo nome. Fluente in inglese, originario di Bali e ormai ultrasettantenne, ma ancora decisamente arzillo, il vecchietto gestisce il suo ristorante in quel luogo sperduto perché (e cito) “Qui non ho pensieri”. Uno che ha trovato la sua dimensione, il signor Siomay. Una persona da stimare. Ecco, il signor Siomay è stata la nostra salvezza.



Le sistemazioni nella vicina spiaggia di Balekambang sono infatti tutte esaurite. Niente posto per due poveri viaggiatori che hanno affrontato tre ore di strada dissestata. E inoltre, la pioggia non si ferma, quindi non si dorme all’aperto. Per questo, dopo il tentativo a vuoto, giriamo il motorino e torniamo dal signor Siomay. Il signor Siomay, senza che la cosa lo riguardasse, ci ha infatti offerto di dormire nel suo ristorante. Ma la cosa sembra un po’ troppo anche a noi. Un conto è dormire in una camera libera di un ricco poliziotto di Madura, un altro conto è togliere ad un vecchio il suo giaciglio, diciamo. Avoglia a insistere che possiamo stendere i sacchi a pelo a terra. Domani mattina avrò clienti, dice, se state sdraiati per terra mi impicciate. Di fronte alla testarda ospitalità indonesiana c’è poco da fare. Accettiamo la stanza, e mentre il signor Siomay spegne le luci e chiude il ristorante, cerchiamo di dormire.



Giorno 13: Balekambang e verso Blitar
3 gennaio. Sveglia prima dell’alba, e il signor Siomay è già in attività con diversi clienti. Stiamo ancora facendo colazione, quando vediamo arrivare al nostro punto ristoro un numero considerevole di ciclisti. Pochi minuti, e il numero aumenta ancora. Tutti sono in fibrillazione, il signor Siomay rifocilla velocemente gli sportivi, mentre noi veniamo richiesti per varie foto da praticamente ogni componente del gruppo. Scopriamo che sono poliziotti dalla città di Blitar, diverse centinaia di chilometri ad ovest da lì, e che stanno facendo una maratona. Il ristorante del signor Siomay è una delle tappe del percorso. Ho o no il senso degli affari?, mi dice piano con un sorriso furbetto. Sotto, una delle migliori foto. Tra l’altro, sullo sfondo c’è la nostra strada maledetta.



Andati via i ciclisti, è ora anche per noi di ripartire. Salutiamo il nostro salvatore, con la promessa di fare pubblicità al suo piccolo ristorante, e scendiamo nuovamente verso la spiaggia di Balekambang per visitare il tempio induista che si trova nelle vicinanze. La pioggia ci concede un po’ di tregua, e riusciamo a farci il giro del complesso senza troppi problemi.



Ripartiamo quindi alla volta di Blitar, la città dei nostri amici ciclisti poliziotti. La strada fortunatamente non presenta troppe complicazioni, e riusciamo ad arrivare abbastanza in fretta. Blitar è la città più pulita che io abbia mai visto in Indonesia. Ed è anche la città natale dello storico presidente Sukarno, che ha guidato il paese verso l’indipendenza dopo la definitiva cacciata degli olandesi negli anni ’40. Un eroe nazionale, insomma. Dopo aver trovato posto in un hotel, la sera ci godiamo una passeggiata nel fantastico Alun-alun (parco) al centro della città, con tanti baby-centauri che corrono a destra e sinistra su motorini elettrici.



Giorno 14: memoriale di Sukarno e tempio di Penataran
4 gennaio. L’obiettivo della giornata è andare in un paesino vicino la grande città dove si tiene una importante cerimonia tradizionale. Nella speranza di vedere e ascoltare un po’ di musica, saltiamo in motorino per scoprire di essere arrivati troppo tardi. Rituale terminato. Dopo un giretto tra le bancarelle, decidiamo che è il momento di andare a visitare il monumentale cimitero dove è sepolto Sukarno. Il posto vede un’affluenza continua di indonesiani, devoti a quello che sembra essere un vero e proprio culto dell’eroe nazionale. Tra l’altro, storie dicono che solo grazie a particolari poteri magici giavanesi e balinesi (la famiglia di Sukarno era metà e metà) il presidente sia riuscito a scampare sempre diversi attentati mortali alla sua persona.



Nel pomeriggio visitiamo il grande complesso tempistico di Penataram, uno dei siti archeologici indonesiani rimasti più intatti. Il posto è molto bello, inserito in una specie di parco. Durante tutta la visita due bambine ci seguono costantemente, scrutando ogni nostra mossa e senza lasciarci un attimo, nemmeno quando ci fermiamo per una mezz’ora all’ombra di uno templi più grandi, cercando riposo dal sole. Nemmeno il tempo di rilassarsi, che qualcuno si avvicina per chiederci una foto. Facciamo almeno un centinaio di scatti con i vari indonesiani che smaniano per avere una foto con noi. Chissà nel telefono di chi sono andato a finire.


Quello stesso pomeriggio, invece di restare a Blitar decidiamo di partire alla volta di Ponorogo, una piccola città incuneata tra i monti famosa per un particolare tipo di danza. Sulla strada, mentre procediamo spediti, Ilaria sente di nuovo qualcosa bagnarle il piede. La pompa della benzina. Di nuovo. Ormai esperti, spegniamo il motorino, e spingiamo alla ricerca di un meccanico. Ma sono le 8 di sera ormai, e tutti hanno chiuso. Dopo aver provato in un paio di posti, troviamo rifugio alla stazione di benzina. Lì, spieghiamo il problema, e i ragazzi del posto ci chiamano un meccanico. Dopo circa un’ora il tizio arriva. Ripara il guasto, e ripartiamo. Nemmeno 200 metri, e di nuovo si stacca la pompa. Riparazione del cavolo. Torniamo indietro a spinta, sotto gli sguardi sempre più divertiti dei benzinai, e facciamo richiamare il tipo. Stavolta arriva in un secondo, profondendosi in mille scuse. Ci ripara di nuovo il motorino, sotto i nostri sguardi attenti, stavolta sottolineando che il guasto è riparato sicuramente. Intanto, parlando con uno dei ragazzi, scopriamo che Ponorogo è davvero troppo in mezzo ai monti per il nostro povero motorino. Inoltre, se si dovesse rompere di nuovo, la strada che porta là è deserta, e non troveremmo niente e nessuno fino a domattina. Vi conviene trovare un albergo qui nei dintorni, dice. Decisi a seguire il suo consiglio, ci facciamo indicare un hotel. Il migliore della nostra permanenza, solo un po’ sperduto. Ma che ci fa un super-hotel così in un posto sperduto del genere? La risposta sarebbe arrivata il giorno dopo.

Giorno 15: verso Pacitan
5 gennaio. Mentre facciamo colazione scopriamo che la località in cui si trova il nostro hotel è il punto di partenza per visitare le molte grotte che si trovano nei dintorni. In particolare, la Goa Lowo sembra essere la grotta più vasta del sud-est asiatico. Inoltre, il suo nome significa, traducendo dal giavanese, Grotta del Pipistrello. E chi siamo noi per non visitare la Bat Caverna?


Usciti dalla tana segreta di Batman, abbandoniamo l’idea di passare per Ponorogo e ci dirigiamo invece verso Pacitan, dove ci attendono mare e spiagge. La strada è ancora una volta un serpeggiare tra le montagne, ma il paesaggio è meraviglioso. Sulla strada, una strana insegna inneggia al nazismo. Nazi mie, con tanto di svastiche. Il gioco di parole consiste nel fatto che “nasi” in indonesiano significa riso, mentre “mie” sono gli spaghetti di soia. Tutti i ristoranti indonesiani hanno la scritta “nasi mie”. Questo voleva distinguersi. Direi che c’è riuscito benissimo.


Quasi arrivati a Pacitan ci fermiamo per fare benzina, e una signora vecchissima decide di regalarci delle caramelle dopo averci venduto due bottiglie di benzina. D’altra parte è quasi la befana. Arriviamo a Pacitan di notte, scendendo dalla montagna. La vista della città illuminata, dall’alto, fa un certo effetto. In centro, cerchiamo di prende una stanza in un hotel. Siete sposati, chiede l’albergatore? No, rispondiamo. Allora dovete prendere camere separate. E’ irremovibile. Ci mostra il regolamento dell’albergo, e spiega che siamo in una città musulmana. Musulmana fino al midollo. Incavolati neri lasciamo perdere. Giriamo un altro paio di alberghi, e quando stiamo quasi per lasciar perdere, troviamo l’ennesimo super hotel deserto, ad un passo da una delle spiagge principali. Prezzi abbordabilissimi. La fortuna non ci lascia. Prendiamo una stanza, e tanti saluti all’albergo musulmano.


Giorno 16: verso Yogya
Befana. Al nostro risveglio, la meravigliosa spiaggia di Teleng Ria, un paradiso del surf, è lì che ci aspetta. Il litorale è deserto. Tutti sono tornati a casa dopo le vacanze. La spiaggia è tutta per noi. Gelato, bagnetto, e siamo pronti per ripartire. Stavolta per Yogyakarta. Si torna a casa. Pacitan è infatti la città di Giava Orientale più vicina alla Regione Indipendente di Yogyakarta.


Sulla strada ci fermiamo alla Goa Tabuhan (letteralmente Grotta Dove Si Suona). Qui, dei musicisti percuotono le stalagmiti, e accompagnati da alcune cantanti, eseguono alcune canzoni giavanesi. Si inizia a sentire l’aria di Yogya, finalmente.


Ripreso il motorino, valichiamo la zona montuosa che circonda la città di Yogyakarta. Scendiamo lentamente, curva dopo curva. Yogya è là che ci aspetta, con il suo traffico e le sue assurdità. Procediamo spediti verso casa, imbocchiamo il vialetto, apriamo il cancello. Scendiamo dal povero motorino, felicissimo di essere arrivato a casa sano e salvo, più o meno.


Posso assicurare che nonostante fossimo carichi come muli, nella molta strada percorsa abbiamo visto più di una persona trasportare cose molto più assurde e ingombranti. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te.