domenica 29 marzo 2015

I diari del sepeda motor: parte 2

Dove eravamo rimasti?


Giorno 8: verso Malang
29 dicembre. 6 del mattino. Toc-toc. Brekfast. Non aggiungo altro, ci siamo capiti.
Una volta svegli ad un orario umano, prepariamo gli zaini. Oggi si torna a Giava. Dopo aver fatto aggiustare la gomma posteriore del motorino, che già da tempo dava segni di cedimento, abbandoniamo Bangkalan (e Madura) e riattraversiamo il ponte Suramado per rientrare nel caotico e improbabile traffico di Surabaya. Si noti l’ormai noto tocco giavanese nel trasporto di cose e persone:


Incuranti del pericolo, tra camion giganteschi e incauti automobilisti, ci dirigiamo verso Malang, fermandoci una sola volta sulla strada per mangiare. Nonostante questo, impieghiamo tutta la giornata per arrivare nella nuova metropoli, circa 300 chilometri a sud di Surabaya.


Di notte Malang è quasi deserta. Gareggiando con sporadici ma sfreccianti motorini ci fermiamo ad un Indomaret, sfavillante catena di supermercatini indonesiana. Obiettivo: raggiungere il famoso e costoso Hotel Tugu, punto di riferimento per la vicina zona di hotel e guesthouse da poveracci. Dopo vari giri, raggiungiamo finalmente la strada che ci eravamo prefissati. Mille hotel. Tutti pieni. A quanto pare è di moda passare capodanno a Malang. Dopo aver provato vari posti (e dopo inutili contrattazioni per stanze fuori dal nostro budget) veniamo indirizzati ad un hotel vicino. Stanchi morti, ma cocciuti, saliamo nuovamente in motorino e viaggiamo per diversi minuti fuori dalla città. Ma l’hotel consigliato è veramente un tugurio poco raccomandabile, su una strada trafficatissima e praticamente dentro una stazione di benzina. Non se po’ fa. Torniamo indietro, decisi a prendere la stanza super-lusso per la quale contrattavamo, quando, sbagliando strada, davanti a noi si presenta il meraviglioso Hotel Camelia. Posizione ottima, prezzi abbordabili, camere libere. Incredibile. Non ci pensiamo due volte, e prendiamo la stanza. E finalmente buonanotte.

Giorno 9: dintorni di Malang e templi vari
30 dicembre. 6 del mattino. Un frastuono squarcia l’aria. La terra trema. Terremoto di capodanno? Invece no, superato lo shock iniziale ci rendiamo conto che si tratta di un treno. Che dal rumore sembra praticamente passarci ai piedi del letto. Tipo la famosa scena di Superfantozzi, per capirci. Il meraviglioso Hotel Camelia è a un passo dalla ferrovia. Di notte non ce n’eravamo accorti. Te pare che non c’era l’inghippo.

Nonostante il risveglio traumatico, dedichiamo la mattinata a girare dentro e fuori la città di Malang: visitiamo il mercato degli uccelli (un must indonesiano: ogni casa che si rispetti ha almeno due o tre gabbiette con cinguettanti uccellini dentro), quindi ci avventuriamo nei campagnoli dintorni della città, alla ricerca dei famosi templi induisti costruiti qualche secolo fa dalle dinastie regnanti.



Tra tutti, il primo tempio visitato (Sumber Awan, si chiama) risulta essere di gran lunga il migliore: Sumber Awan è circondato dai campi di riso, con un vivace ruscelletto che ti accompagna durante il percorso a piedi verso il sito archeologico, e mille cicale che friniscono ininterrottamente dagli alberi.






Dopo aver lasciato una doverosa offerta agli spiriti del luogo, torniamo indietro. Lungo la strada, dei simpatici bambini urlano da lontano un chiarissimo “fak iu fak iu” in continuazione, probabilmente una delle poche parole che sanno in inglese. Che devi fa’, so regazzi. Si risponde per le rime  e via. Continuiamo la nostra gita archeologica, ma gli altri templi sono inseriti in un contesto più o meno metropolitano, il che significa macchine, motorini, folle di gente – il tutto decisamente poco rilassante. Atmosfera diversa, ma il gioco vale comunque la candela. Soprattutto per l’arrampicata sulle antiche pietre.




Sera, stremati ma soddisfatti, ci rituffiamo nel traffico di Malang e torniamo in albergo. Il giorno dopo è capodanno, e bisogna essere in forma per la grande notte.

Giorno 10: capodanno a Malang
6 del mattino. Tremori. Frastuono. A quanto pare le ferrovie non perdono una corsa, nemmeno se è festa.

Mattinata spesa alla ricerca di un evento di musica qualsiasi (ma possibilmente qualcosa di tradizionale). Giriamo vari uffici turistici. Niente. Niente di niente. Possibile che a Malang non ci sia della musica la notte di capodanno? Infatti non è possibile. Parlando con un parcheggiatore, figura estremamente autoritaria su qualsiasi strada indonesiana, veniamo a sapere che la sera, proprio nella piazza dove si trova il super-lux Hotel Tugu, ci sarà un concerto di “musik metal” (per gli addetti ai lavori, sottolineo che il termine “metal” qua si potrebbe intendere praticamente qualsiasi cosa, dal “rock”, all’”heavy metal” al “pop indonesiano”), Bene, perché no? Occorre solo equipaggiarsi, ovvero: comprare da bere, sia per il concerto che per capodanno. Quando mai si è visto un capodanno senza qualcosa di alcolico? Entriamo nel primo megamarket che troviamo, e sapendo che non troveremo mai super-alcolici di nessun tipo (siamo sempre in un paese musulmano, non dimentichiamolo mai!), ci buttiamo direttamente a cercare birre. Niente, manco una bottiglia. Solo analcoliche. Usciamo, megamarket numero due, stesso esito. Ti pare? Cominciamo a disperare. Poi, l’ultima spiaggia: la sfavillante catena di minimarket Indomaret. Entriamo trafelati, quasi correndo verso i frigoriferi. C’è! Missione compiuta! Facciamo scorta e ci prepariamo alla serata-concertone.

Man mano che passa il tempo, le strade iniziano ad essere sempre più piene di traffico. Il traffico è spaventoso, i motorini agguerritissimi. I mitici parcheggiatori sono ubriachi di potere. Facendoci strada con la nostra cavalcatura, raggiungiamo l’albergo, parcheggiamo e andiamo a piedi verso la piazza dell’evento.



Ore 20.00 circa. Sul posto ci sono già diverse persone che hanno preso posto sullo spazio di fronte al palco, e nei giardinetti intorno alla fontana che campeggia al centro della piazza. Immancabili i vari venditori di snack e di bibite, la loro musica sparata a tutto volume come reclame. Prendiamo posto, e iniziamo ad ingannare l’attesa sbevazzando. Dopo un’ora, ancora niente. Eppure amplificatori e chitarre sono là, pronti. Ma ecco! Un fonico si avvicina alla strumentazione sul palco! Inizierà a controllare che tutto funzioni, pensiamo. Invece no. Inizia a smontare la strumentazione per la chitarra. Dopo qualche minuto, sotto i nostri occhi increduli, altri fonici arrivano, smontando anche il resto: via la batteria, via pure il basso. Rimane solo un microfono al centro del palco. Dopo un’altra ora, lentamente, uno stuolo di bambini con la divisa di una scuola musulmana salgono sul palco. Si siedono. Poi un uomo, in abiti musulmani anche lui, sale e si mette davanti al microfono. Inizia a parlare di Islam. L’importanza delle tradizioni di qua. La decenza di là. I comportamenti da tenere. Maometto. Allah. Al-Quran. E noi là sotto, a sbevazzargli in faccia. Allarmati, chiediamo spiegazioni a un ragazzo la vicino. Che succede? C’è il nostro leader religioso che terrà un discorso, dice. Per quanto tempo? Per altre due-tre ore, dice. Ma il concerto? Annullato, dice. Ma come annullato? Ed è così che abbiamo passato la serata del (supposto) concertone di capodanno a ridoppiare in simultanea le parole dell’austero leader musulmano, ridendo sotto l’effetto di diversi litri di birra. E a mezzanotte ci siamo beccati pure i fuochi.



Giorno 11: verso Sendang Biru
1 gennaio 2015. Con un certo doposbronza, malediciamo il treno delle 6 del mattino. Ancora intontiti, prepariamo i bagagli. Oggi abbandoniamo la musulmanissima Malang per andare verso le spiagge del sud, un piccolo paradiso stando a quanto dice la guida. Saltiamo in motorino e maciniamo le solite centinaia di chilometri. La strada inizia a diventare interessante quando, abbandonata la grande via di comunicazione, ci infiliamo nelle stradine di montagna, unica via per la spiaggia di Sendang Biru. Con il povero motorino stenta a reggere le impervie salite, ci ritroviamo improvvisamente immersi in un traffico spaventoso. Si festeggia da queste parti. E l’anima della festa sembrano essere dei giganteschi camion, attrezzati a muro di casse stile rave-party itinerante, dai quali viene sparato pop indonesiano a tutto volume. Al tutto si aggiungono sporadiche e assurde coreografie simil-discotecare di giovani ragazzi che ballano sui camion, sprezzanti del pericolo. Uno spettacolo davvero imperdibile.


Da bravo etnomusicologo, riporto in parte il testo della super-hit del viaggio:

Makarena makarella
baila baila bella bella
Makarena makarella
All night long

Non so se ho reso l'idea.

Arrivati a Sendang Biru, la spiaggia non è ovviamente il posto da sogno che pensavamo. Più che altro si tratta di un porto. Ci informiamo, e pare che il posto sia il principale punto di partenza per visitare l’isola di Pulau (isola) Sempu, parco nazionale, dove la natura è davvero incontaminata e le spiagge quelle da cartolina che ci immaginiamo sempre quando pensiamo a posti tropicali. Purtroppo per oggi le partenze sono finite, dice l’omino dell’ufficio, ma domani si può fare. Alle 7:00 venite qua e partiamo. D’accordo, diciamo. Cerchiamo un posto dove dormire nei dintorni, e ci prepariamo spiritualmente alla gita del giorno dopo.


Giorno 12: Pulau Sempu
2 gennaio. Sveglia in ritardo, e di corsa all’ufficio del giorno prima. Troviamo l’omino a fumare beatamente, per nulla preoccupato dal nostro ritardo. Facciamo i biglietti per l’isola, affittiamo una barca e una guida che ci porterà nel percorso di trekking della riserva naturale, e partiamo. Il percorso non sarebbe particolarmente difficile e complicato, se non fosse per il fango. Chili di fango, ovunque. Fino al ginocchio, a volte. La passeggiata diventa così abbastanza impervia, cercando almeno di evitare scivolate e cadute nelle pozze più profonde di un metro. Il percorso ci porta comunque a delle spiagge (stavolta davvero) da cartolina. [Un esempio è anche nella seconda parte video precedente]




Rinfrancati e ristorati, prendiamo la via del ritorno, tornando a combattere ancora con fango e stradine impervie nella foresta. Improvvisamente, con la coda dell’occhio vedo avvicinarsi da dietro quello che mi sembra un grosso gatto. Quattro zampe. Coda. C’era tutto. Tempo un secondo, e la scimmia (giuro) mi salta addosso. Sento le sue ditine aggrapparsi a me, la sua coda stringermi la gamba. La sua testa si protende in un attimo, nel tentativo di sottrarmi la preziosa bustina di plastica che pende dalla tracolla del mio zaino. E’ stato un attimo, davvero. Tempo di squarciare la busta e vedere che contiene innocenti conchiglie, e non cibo, raccolto sulla spiaggia, e l’agile primate salta via, continuando a studiarmi. Ripresomi dallo shock momentaneo, mi giro e imbruttisco la scimmia, come ho visto fare nei film: apri la bocca mostrando i denti e “ringhi”. E la scimmia scatta in avanti, facendo lo stesso, pronta a rispondere ad un mio eventuale attacco! Da etnomusicologo a zoologo in meno di un secondo, non so se è chiaro. Dopo questa esperienza, non vorrei davvero trovarmi a confrontarmi con un macaco. Quei cosi sono maledettamente veloci.

Tornati sulla terraferma, senza più attacchi da parte di primati assassini, laviamo via il fango alla bene e meglio, riprendiamo i bagagli e partiamo alla volta di Balekambang, altra famosa spiaggia della costa meridionale di Giava. Guardiamo la cartina, la strada dovrebbe essere breve. E invece.

Dopo aver superato nuovamente gli impervi monti, guadagniamo la strada costiera. Bella, liscia, dritta, poco traffico. Paesaggio da sogno. Sembra incredibile. E infatti, dopo un po’ la strada finisce, per lasciare spazio ad una tratta di sassi, fango, rocce e terra. “Longsor”, di nuovo lui. Solo che stavolta si tratta di un tratto stradale in costruzione, lungo diversi chilometri. E inoltre non è possibile fare deviazioni. E meno male che doveva essere una strada “nuova, solo un po’ rovinata” stando a quanto ci avevano detto. Nuova, si. Talmente nuova che ancora la devono finire. Ci armiamo di pazienza e coraggio, e mentre calano le tenebre avanziamo lentamente nell’impervio percorso. A dispetto dei venti minuti previsti, usciamo dal dalla strada “longsorata” dopo quasi tre ore di lotta contro fango, pietre, piogga e oscurità. Davanti a noi si para un incrocio, e un piccolo ristorantino in legno appare come la terra promessa. Stremati e stressati, ci fermiamo per riprenderci.

Qui facciamo conoscenza con il gestore del ristorante – che io chiamavo signor Siomay (che significa “gambero”), dato che non riuscivo a fissarmi in testa il suo nome. Fluente in inglese, originario di Bali e ormai ultrasettantenne, ma ancora decisamente arzillo, il vecchietto gestisce il suo ristorante in quel luogo sperduto perché (e cito) “Qui non ho pensieri”. Uno che ha trovato la sua dimensione, il signor Siomay. Una persona da stimare. Ecco, il signor Siomay è stata la nostra salvezza.



Le sistemazioni nella vicina spiaggia di Balekambang sono infatti tutte esaurite. Niente posto per due poveri viaggiatori che hanno affrontato tre ore di strada dissestata. E inoltre, la pioggia non si ferma, quindi non si dorme all’aperto. Per questo, dopo il tentativo a vuoto, giriamo il motorino e torniamo dal signor Siomay. Il signor Siomay, senza che la cosa lo riguardasse, ci ha infatti offerto di dormire nel suo ristorante. Ma la cosa sembra un po’ troppo anche a noi. Un conto è dormire in una camera libera di un ricco poliziotto di Madura, un altro conto è togliere ad un vecchio il suo giaciglio, diciamo. Avoglia a insistere che possiamo stendere i sacchi a pelo a terra. Domani mattina avrò clienti, dice, se state sdraiati per terra mi impicciate. Di fronte alla testarda ospitalità indonesiana c’è poco da fare. Accettiamo la stanza, e mentre il signor Siomay spegne le luci e chiude il ristorante, cerchiamo di dormire.



Giorno 13: Balekambang e verso Blitar
3 gennaio. Sveglia prima dell’alba, e il signor Siomay è già in attività con diversi clienti. Stiamo ancora facendo colazione, quando vediamo arrivare al nostro punto ristoro un numero considerevole di ciclisti. Pochi minuti, e il numero aumenta ancora. Tutti sono in fibrillazione, il signor Siomay rifocilla velocemente gli sportivi, mentre noi veniamo richiesti per varie foto da praticamente ogni componente del gruppo. Scopriamo che sono poliziotti dalla città di Blitar, diverse centinaia di chilometri ad ovest da lì, e che stanno facendo una maratona. Il ristorante del signor Siomay è una delle tappe del percorso. Ho o no il senso degli affari?, mi dice piano con un sorriso furbetto. Sotto, una delle migliori foto. Tra l’altro, sullo sfondo c’è la nostra strada maledetta.



Andati via i ciclisti, è ora anche per noi di ripartire. Salutiamo il nostro salvatore, con la promessa di fare pubblicità al suo piccolo ristorante, e scendiamo nuovamente verso la spiaggia di Balekambang per visitare il tempio induista che si trova nelle vicinanze. La pioggia ci concede un po’ di tregua, e riusciamo a farci il giro del complesso senza troppi problemi.



Ripartiamo quindi alla volta di Blitar, la città dei nostri amici ciclisti poliziotti. La strada fortunatamente non presenta troppe complicazioni, e riusciamo ad arrivare abbastanza in fretta. Blitar è la città più pulita che io abbia mai visto in Indonesia. Ed è anche la città natale dello storico presidente Sukarno, che ha guidato il paese verso l’indipendenza dopo la definitiva cacciata degli olandesi negli anni ’40. Un eroe nazionale, insomma. Dopo aver trovato posto in un hotel, la sera ci godiamo una passeggiata nel fantastico Alun-alun (parco) al centro della città, con tanti baby-centauri che corrono a destra e sinistra su motorini elettrici.



Giorno 14: memoriale di Sukarno e tempio di Penataran
4 gennaio. L’obiettivo della giornata è andare in un paesino vicino la grande città dove si tiene una importante cerimonia tradizionale. Nella speranza di vedere e ascoltare un po’ di musica, saltiamo in motorino per scoprire di essere arrivati troppo tardi. Rituale terminato. Dopo un giretto tra le bancarelle, decidiamo che è il momento di andare a visitare il monumentale cimitero dove è sepolto Sukarno. Il posto vede un’affluenza continua di indonesiani, devoti a quello che sembra essere un vero e proprio culto dell’eroe nazionale. Tra l’altro, storie dicono che solo grazie a particolari poteri magici giavanesi e balinesi (la famiglia di Sukarno era metà e metà) il presidente sia riuscito a scampare sempre diversi attentati mortali alla sua persona.



Nel pomeriggio visitiamo il grande complesso tempistico di Penataram, uno dei siti archeologici indonesiani rimasti più intatti. Il posto è molto bello, inserito in una specie di parco. Durante tutta la visita due bambine ci seguono costantemente, scrutando ogni nostra mossa e senza lasciarci un attimo, nemmeno quando ci fermiamo per una mezz’ora all’ombra di uno templi più grandi, cercando riposo dal sole. Nemmeno il tempo di rilassarsi, che qualcuno si avvicina per chiederci una foto. Facciamo almeno un centinaio di scatti con i vari indonesiani che smaniano per avere una foto con noi. Chissà nel telefono di chi sono andato a finire.


Quello stesso pomeriggio, invece di restare a Blitar decidiamo di partire alla volta di Ponorogo, una piccola città incuneata tra i monti famosa per un particolare tipo di danza. Sulla strada, mentre procediamo spediti, Ilaria sente di nuovo qualcosa bagnarle il piede. La pompa della benzina. Di nuovo. Ormai esperti, spegniamo il motorino, e spingiamo alla ricerca di un meccanico. Ma sono le 8 di sera ormai, e tutti hanno chiuso. Dopo aver provato in un paio di posti, troviamo rifugio alla stazione di benzina. Lì, spieghiamo il problema, e i ragazzi del posto ci chiamano un meccanico. Dopo circa un’ora il tizio arriva. Ripara il guasto, e ripartiamo. Nemmeno 200 metri, e di nuovo si stacca la pompa. Riparazione del cavolo. Torniamo indietro a spinta, sotto gli sguardi sempre più divertiti dei benzinai, e facciamo richiamare il tipo. Stavolta arriva in un secondo, profondendosi in mille scuse. Ci ripara di nuovo il motorino, sotto i nostri sguardi attenti, stavolta sottolineando che il guasto è riparato sicuramente. Intanto, parlando con uno dei ragazzi, scopriamo che Ponorogo è davvero troppo in mezzo ai monti per il nostro povero motorino. Inoltre, se si dovesse rompere di nuovo, la strada che porta là è deserta, e non troveremmo niente e nessuno fino a domattina. Vi conviene trovare un albergo qui nei dintorni, dice. Decisi a seguire il suo consiglio, ci facciamo indicare un hotel. Il migliore della nostra permanenza, solo un po’ sperduto. Ma che ci fa un super-hotel così in un posto sperduto del genere? La risposta sarebbe arrivata il giorno dopo.

Giorno 15: verso Pacitan
5 gennaio. Mentre facciamo colazione scopriamo che la località in cui si trova il nostro hotel è il punto di partenza per visitare le molte grotte che si trovano nei dintorni. In particolare, la Goa Lowo sembra essere la grotta più vasta del sud-est asiatico. Inoltre, il suo nome significa, traducendo dal giavanese, Grotta del Pipistrello. E chi siamo noi per non visitare la Bat Caverna?


Usciti dalla tana segreta di Batman, abbandoniamo l’idea di passare per Ponorogo e ci dirigiamo invece verso Pacitan, dove ci attendono mare e spiagge. La strada è ancora una volta un serpeggiare tra le montagne, ma il paesaggio è meraviglioso. Sulla strada, una strana insegna inneggia al nazismo. Nazi mie, con tanto di svastiche. Il gioco di parole consiste nel fatto che “nasi” in indonesiano significa riso, mentre “mie” sono gli spaghetti di soia. Tutti i ristoranti indonesiani hanno la scritta “nasi mie”. Questo voleva distinguersi. Direi che c’è riuscito benissimo.


Quasi arrivati a Pacitan ci fermiamo per fare benzina, e una signora vecchissima decide di regalarci delle caramelle dopo averci venduto due bottiglie di benzina. D’altra parte è quasi la befana. Arriviamo a Pacitan di notte, scendendo dalla montagna. La vista della città illuminata, dall’alto, fa un certo effetto. In centro, cerchiamo di prende una stanza in un hotel. Siete sposati, chiede l’albergatore? No, rispondiamo. Allora dovete prendere camere separate. E’ irremovibile. Ci mostra il regolamento dell’albergo, e spiega che siamo in una città musulmana. Musulmana fino al midollo. Incavolati neri lasciamo perdere. Giriamo un altro paio di alberghi, e quando stiamo quasi per lasciar perdere, troviamo l’ennesimo super hotel deserto, ad un passo da una delle spiagge principali. Prezzi abbordabilissimi. La fortuna non ci lascia. Prendiamo una stanza, e tanti saluti all’albergo musulmano.


Giorno 16: verso Yogya
Befana. Al nostro risveglio, la meravigliosa spiaggia di Teleng Ria, un paradiso del surf, è lì che ci aspetta. Il litorale è deserto. Tutti sono tornati a casa dopo le vacanze. La spiaggia è tutta per noi. Gelato, bagnetto, e siamo pronti per ripartire. Stavolta per Yogyakarta. Si torna a casa. Pacitan è infatti la città di Giava Orientale più vicina alla Regione Indipendente di Yogyakarta.


Sulla strada ci fermiamo alla Goa Tabuhan (letteralmente Grotta Dove Si Suona). Qui, dei musicisti percuotono le stalagmiti, e accompagnati da alcune cantanti, eseguono alcune canzoni giavanesi. Si inizia a sentire l’aria di Yogya, finalmente.


Ripreso il motorino, valichiamo la zona montuosa che circonda la città di Yogyakarta. Scendiamo lentamente, curva dopo curva. Yogya è là che ci aspetta, con il suo traffico e le sue assurdità. Procediamo spediti verso casa, imbocchiamo il vialetto, apriamo il cancello. Scendiamo dal povero motorino, felicissimo di essere arrivato a casa sano e salvo, più o meno.


Posso assicurare che nonostante fossimo carichi come muli, nella molta strada percorsa abbiamo visto più di una persona trasportare cose molto più assurde e ingombranti. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te.

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