domenica 29 marzo 2015

I diari del sepeda motor: parte 2

Dove eravamo rimasti?


Giorno 8: verso Malang
29 dicembre. 6 del mattino. Toc-toc. Brekfast. Non aggiungo altro, ci siamo capiti.
Una volta svegli ad un orario umano, prepariamo gli zaini. Oggi si torna a Giava. Dopo aver fatto aggiustare la gomma posteriore del motorino, che già da tempo dava segni di cedimento, abbandoniamo Bangkalan (e Madura) e riattraversiamo il ponte Suramado per rientrare nel caotico e improbabile traffico di Surabaya. Si noti l’ormai noto tocco giavanese nel trasporto di cose e persone:


Incuranti del pericolo, tra camion giganteschi e incauti automobilisti, ci dirigiamo verso Malang, fermandoci una sola volta sulla strada per mangiare. Nonostante questo, impieghiamo tutta la giornata per arrivare nella nuova metropoli, circa 300 chilometri a sud di Surabaya.


Di notte Malang è quasi deserta. Gareggiando con sporadici ma sfreccianti motorini ci fermiamo ad un Indomaret, sfavillante catena di supermercatini indonesiana. Obiettivo: raggiungere il famoso e costoso Hotel Tugu, punto di riferimento per la vicina zona di hotel e guesthouse da poveracci. Dopo vari giri, raggiungiamo finalmente la strada che ci eravamo prefissati. Mille hotel. Tutti pieni. A quanto pare è di moda passare capodanno a Malang. Dopo aver provato vari posti (e dopo inutili contrattazioni per stanze fuori dal nostro budget) veniamo indirizzati ad un hotel vicino. Stanchi morti, ma cocciuti, saliamo nuovamente in motorino e viaggiamo per diversi minuti fuori dalla città. Ma l’hotel consigliato è veramente un tugurio poco raccomandabile, su una strada trafficatissima e praticamente dentro una stazione di benzina. Non se po’ fa. Torniamo indietro, decisi a prendere la stanza super-lusso per la quale contrattavamo, quando, sbagliando strada, davanti a noi si presenta il meraviglioso Hotel Camelia. Posizione ottima, prezzi abbordabili, camere libere. Incredibile. Non ci pensiamo due volte, e prendiamo la stanza. E finalmente buonanotte.

Giorno 9: dintorni di Malang e templi vari
30 dicembre. 6 del mattino. Un frastuono squarcia l’aria. La terra trema. Terremoto di capodanno? Invece no, superato lo shock iniziale ci rendiamo conto che si tratta di un treno. Che dal rumore sembra praticamente passarci ai piedi del letto. Tipo la famosa scena di Superfantozzi, per capirci. Il meraviglioso Hotel Camelia è a un passo dalla ferrovia. Di notte non ce n’eravamo accorti. Te pare che non c’era l’inghippo.

Nonostante il risveglio traumatico, dedichiamo la mattinata a girare dentro e fuori la città di Malang: visitiamo il mercato degli uccelli (un must indonesiano: ogni casa che si rispetti ha almeno due o tre gabbiette con cinguettanti uccellini dentro), quindi ci avventuriamo nei campagnoli dintorni della città, alla ricerca dei famosi templi induisti costruiti qualche secolo fa dalle dinastie regnanti.



Tra tutti, il primo tempio visitato (Sumber Awan, si chiama) risulta essere di gran lunga il migliore: Sumber Awan è circondato dai campi di riso, con un vivace ruscelletto che ti accompagna durante il percorso a piedi verso il sito archeologico, e mille cicale che friniscono ininterrottamente dagli alberi.






Dopo aver lasciato una doverosa offerta agli spiriti del luogo, torniamo indietro. Lungo la strada, dei simpatici bambini urlano da lontano un chiarissimo “fak iu fak iu” in continuazione, probabilmente una delle poche parole che sanno in inglese. Che devi fa’, so regazzi. Si risponde per le rime  e via. Continuiamo la nostra gita archeologica, ma gli altri templi sono inseriti in un contesto più o meno metropolitano, il che significa macchine, motorini, folle di gente – il tutto decisamente poco rilassante. Atmosfera diversa, ma il gioco vale comunque la candela. Soprattutto per l’arrampicata sulle antiche pietre.




Sera, stremati ma soddisfatti, ci rituffiamo nel traffico di Malang e torniamo in albergo. Il giorno dopo è capodanno, e bisogna essere in forma per la grande notte.

Giorno 10: capodanno a Malang
6 del mattino. Tremori. Frastuono. A quanto pare le ferrovie non perdono una corsa, nemmeno se è festa.

Mattinata spesa alla ricerca di un evento di musica qualsiasi (ma possibilmente qualcosa di tradizionale). Giriamo vari uffici turistici. Niente. Niente di niente. Possibile che a Malang non ci sia della musica la notte di capodanno? Infatti non è possibile. Parlando con un parcheggiatore, figura estremamente autoritaria su qualsiasi strada indonesiana, veniamo a sapere che la sera, proprio nella piazza dove si trova il super-lux Hotel Tugu, ci sarà un concerto di “musik metal” (per gli addetti ai lavori, sottolineo che il termine “metal” qua si potrebbe intendere praticamente qualsiasi cosa, dal “rock”, all’”heavy metal” al “pop indonesiano”), Bene, perché no? Occorre solo equipaggiarsi, ovvero: comprare da bere, sia per il concerto che per capodanno. Quando mai si è visto un capodanno senza qualcosa di alcolico? Entriamo nel primo megamarket che troviamo, e sapendo che non troveremo mai super-alcolici di nessun tipo (siamo sempre in un paese musulmano, non dimentichiamolo mai!), ci buttiamo direttamente a cercare birre. Niente, manco una bottiglia. Solo analcoliche. Usciamo, megamarket numero due, stesso esito. Ti pare? Cominciamo a disperare. Poi, l’ultima spiaggia: la sfavillante catena di minimarket Indomaret. Entriamo trafelati, quasi correndo verso i frigoriferi. C’è! Missione compiuta! Facciamo scorta e ci prepariamo alla serata-concertone.

Man mano che passa il tempo, le strade iniziano ad essere sempre più piene di traffico. Il traffico è spaventoso, i motorini agguerritissimi. I mitici parcheggiatori sono ubriachi di potere. Facendoci strada con la nostra cavalcatura, raggiungiamo l’albergo, parcheggiamo e andiamo a piedi verso la piazza dell’evento.



Ore 20.00 circa. Sul posto ci sono già diverse persone che hanno preso posto sullo spazio di fronte al palco, e nei giardinetti intorno alla fontana che campeggia al centro della piazza. Immancabili i vari venditori di snack e di bibite, la loro musica sparata a tutto volume come reclame. Prendiamo posto, e iniziamo ad ingannare l’attesa sbevazzando. Dopo un’ora, ancora niente. Eppure amplificatori e chitarre sono là, pronti. Ma ecco! Un fonico si avvicina alla strumentazione sul palco! Inizierà a controllare che tutto funzioni, pensiamo. Invece no. Inizia a smontare la strumentazione per la chitarra. Dopo qualche minuto, sotto i nostri occhi increduli, altri fonici arrivano, smontando anche il resto: via la batteria, via pure il basso. Rimane solo un microfono al centro del palco. Dopo un’altra ora, lentamente, uno stuolo di bambini con la divisa di una scuola musulmana salgono sul palco. Si siedono. Poi un uomo, in abiti musulmani anche lui, sale e si mette davanti al microfono. Inizia a parlare di Islam. L’importanza delle tradizioni di qua. La decenza di là. I comportamenti da tenere. Maometto. Allah. Al-Quran. E noi là sotto, a sbevazzargli in faccia. Allarmati, chiediamo spiegazioni a un ragazzo la vicino. Che succede? C’è il nostro leader religioso che terrà un discorso, dice. Per quanto tempo? Per altre due-tre ore, dice. Ma il concerto? Annullato, dice. Ma come annullato? Ed è così che abbiamo passato la serata del (supposto) concertone di capodanno a ridoppiare in simultanea le parole dell’austero leader musulmano, ridendo sotto l’effetto di diversi litri di birra. E a mezzanotte ci siamo beccati pure i fuochi.



Giorno 11: verso Sendang Biru
1 gennaio 2015. Con un certo doposbronza, malediciamo il treno delle 6 del mattino. Ancora intontiti, prepariamo i bagagli. Oggi abbandoniamo la musulmanissima Malang per andare verso le spiagge del sud, un piccolo paradiso stando a quanto dice la guida. Saltiamo in motorino e maciniamo le solite centinaia di chilometri. La strada inizia a diventare interessante quando, abbandonata la grande via di comunicazione, ci infiliamo nelle stradine di montagna, unica via per la spiaggia di Sendang Biru. Con il povero motorino stenta a reggere le impervie salite, ci ritroviamo improvvisamente immersi in un traffico spaventoso. Si festeggia da queste parti. E l’anima della festa sembrano essere dei giganteschi camion, attrezzati a muro di casse stile rave-party itinerante, dai quali viene sparato pop indonesiano a tutto volume. Al tutto si aggiungono sporadiche e assurde coreografie simil-discotecare di giovani ragazzi che ballano sui camion, sprezzanti del pericolo. Uno spettacolo davvero imperdibile.


Da bravo etnomusicologo, riporto in parte il testo della super-hit del viaggio:

Makarena makarella
baila baila bella bella
Makarena makarella
All night long

Non so se ho reso l'idea.

Arrivati a Sendang Biru, la spiaggia non è ovviamente il posto da sogno che pensavamo. Più che altro si tratta di un porto. Ci informiamo, e pare che il posto sia il principale punto di partenza per visitare l’isola di Pulau (isola) Sempu, parco nazionale, dove la natura è davvero incontaminata e le spiagge quelle da cartolina che ci immaginiamo sempre quando pensiamo a posti tropicali. Purtroppo per oggi le partenze sono finite, dice l’omino dell’ufficio, ma domani si può fare. Alle 7:00 venite qua e partiamo. D’accordo, diciamo. Cerchiamo un posto dove dormire nei dintorni, e ci prepariamo spiritualmente alla gita del giorno dopo.


Giorno 12: Pulau Sempu
2 gennaio. Sveglia in ritardo, e di corsa all’ufficio del giorno prima. Troviamo l’omino a fumare beatamente, per nulla preoccupato dal nostro ritardo. Facciamo i biglietti per l’isola, affittiamo una barca e una guida che ci porterà nel percorso di trekking della riserva naturale, e partiamo. Il percorso non sarebbe particolarmente difficile e complicato, se non fosse per il fango. Chili di fango, ovunque. Fino al ginocchio, a volte. La passeggiata diventa così abbastanza impervia, cercando almeno di evitare scivolate e cadute nelle pozze più profonde di un metro. Il percorso ci porta comunque a delle spiagge (stavolta davvero) da cartolina. [Un esempio è anche nella seconda parte video precedente]




Rinfrancati e ristorati, prendiamo la via del ritorno, tornando a combattere ancora con fango e stradine impervie nella foresta. Improvvisamente, con la coda dell’occhio vedo avvicinarsi da dietro quello che mi sembra un grosso gatto. Quattro zampe. Coda. C’era tutto. Tempo un secondo, e la scimmia (giuro) mi salta addosso. Sento le sue ditine aggrapparsi a me, la sua coda stringermi la gamba. La sua testa si protende in un attimo, nel tentativo di sottrarmi la preziosa bustina di plastica che pende dalla tracolla del mio zaino. E’ stato un attimo, davvero. Tempo di squarciare la busta e vedere che contiene innocenti conchiglie, e non cibo, raccolto sulla spiaggia, e l’agile primate salta via, continuando a studiarmi. Ripresomi dallo shock momentaneo, mi giro e imbruttisco la scimmia, come ho visto fare nei film: apri la bocca mostrando i denti e “ringhi”. E la scimmia scatta in avanti, facendo lo stesso, pronta a rispondere ad un mio eventuale attacco! Da etnomusicologo a zoologo in meno di un secondo, non so se è chiaro. Dopo questa esperienza, non vorrei davvero trovarmi a confrontarmi con un macaco. Quei cosi sono maledettamente veloci.

Tornati sulla terraferma, senza più attacchi da parte di primati assassini, laviamo via il fango alla bene e meglio, riprendiamo i bagagli e partiamo alla volta di Balekambang, altra famosa spiaggia della costa meridionale di Giava. Guardiamo la cartina, la strada dovrebbe essere breve. E invece.

Dopo aver superato nuovamente gli impervi monti, guadagniamo la strada costiera. Bella, liscia, dritta, poco traffico. Paesaggio da sogno. Sembra incredibile. E infatti, dopo un po’ la strada finisce, per lasciare spazio ad una tratta di sassi, fango, rocce e terra. “Longsor”, di nuovo lui. Solo che stavolta si tratta di un tratto stradale in costruzione, lungo diversi chilometri. E inoltre non è possibile fare deviazioni. E meno male che doveva essere una strada “nuova, solo un po’ rovinata” stando a quanto ci avevano detto. Nuova, si. Talmente nuova che ancora la devono finire. Ci armiamo di pazienza e coraggio, e mentre calano le tenebre avanziamo lentamente nell’impervio percorso. A dispetto dei venti minuti previsti, usciamo dal dalla strada “longsorata” dopo quasi tre ore di lotta contro fango, pietre, piogga e oscurità. Davanti a noi si para un incrocio, e un piccolo ristorantino in legno appare come la terra promessa. Stremati e stressati, ci fermiamo per riprenderci.

Qui facciamo conoscenza con il gestore del ristorante – che io chiamavo signor Siomay (che significa “gambero”), dato che non riuscivo a fissarmi in testa il suo nome. Fluente in inglese, originario di Bali e ormai ultrasettantenne, ma ancora decisamente arzillo, il vecchietto gestisce il suo ristorante in quel luogo sperduto perché (e cito) “Qui non ho pensieri”. Uno che ha trovato la sua dimensione, il signor Siomay. Una persona da stimare. Ecco, il signor Siomay è stata la nostra salvezza.



Le sistemazioni nella vicina spiaggia di Balekambang sono infatti tutte esaurite. Niente posto per due poveri viaggiatori che hanno affrontato tre ore di strada dissestata. E inoltre, la pioggia non si ferma, quindi non si dorme all’aperto. Per questo, dopo il tentativo a vuoto, giriamo il motorino e torniamo dal signor Siomay. Il signor Siomay, senza che la cosa lo riguardasse, ci ha infatti offerto di dormire nel suo ristorante. Ma la cosa sembra un po’ troppo anche a noi. Un conto è dormire in una camera libera di un ricco poliziotto di Madura, un altro conto è togliere ad un vecchio il suo giaciglio, diciamo. Avoglia a insistere che possiamo stendere i sacchi a pelo a terra. Domani mattina avrò clienti, dice, se state sdraiati per terra mi impicciate. Di fronte alla testarda ospitalità indonesiana c’è poco da fare. Accettiamo la stanza, e mentre il signor Siomay spegne le luci e chiude il ristorante, cerchiamo di dormire.



Giorno 13: Balekambang e verso Blitar
3 gennaio. Sveglia prima dell’alba, e il signor Siomay è già in attività con diversi clienti. Stiamo ancora facendo colazione, quando vediamo arrivare al nostro punto ristoro un numero considerevole di ciclisti. Pochi minuti, e il numero aumenta ancora. Tutti sono in fibrillazione, il signor Siomay rifocilla velocemente gli sportivi, mentre noi veniamo richiesti per varie foto da praticamente ogni componente del gruppo. Scopriamo che sono poliziotti dalla città di Blitar, diverse centinaia di chilometri ad ovest da lì, e che stanno facendo una maratona. Il ristorante del signor Siomay è una delle tappe del percorso. Ho o no il senso degli affari?, mi dice piano con un sorriso furbetto. Sotto, una delle migliori foto. Tra l’altro, sullo sfondo c’è la nostra strada maledetta.



Andati via i ciclisti, è ora anche per noi di ripartire. Salutiamo il nostro salvatore, con la promessa di fare pubblicità al suo piccolo ristorante, e scendiamo nuovamente verso la spiaggia di Balekambang per visitare il tempio induista che si trova nelle vicinanze. La pioggia ci concede un po’ di tregua, e riusciamo a farci il giro del complesso senza troppi problemi.



Ripartiamo quindi alla volta di Blitar, la città dei nostri amici ciclisti poliziotti. La strada fortunatamente non presenta troppe complicazioni, e riusciamo ad arrivare abbastanza in fretta. Blitar è la città più pulita che io abbia mai visto in Indonesia. Ed è anche la città natale dello storico presidente Sukarno, che ha guidato il paese verso l’indipendenza dopo la definitiva cacciata degli olandesi negli anni ’40. Un eroe nazionale, insomma. Dopo aver trovato posto in un hotel, la sera ci godiamo una passeggiata nel fantastico Alun-alun (parco) al centro della città, con tanti baby-centauri che corrono a destra e sinistra su motorini elettrici.



Giorno 14: memoriale di Sukarno e tempio di Penataran
4 gennaio. L’obiettivo della giornata è andare in un paesino vicino la grande città dove si tiene una importante cerimonia tradizionale. Nella speranza di vedere e ascoltare un po’ di musica, saltiamo in motorino per scoprire di essere arrivati troppo tardi. Rituale terminato. Dopo un giretto tra le bancarelle, decidiamo che è il momento di andare a visitare il monumentale cimitero dove è sepolto Sukarno. Il posto vede un’affluenza continua di indonesiani, devoti a quello che sembra essere un vero e proprio culto dell’eroe nazionale. Tra l’altro, storie dicono che solo grazie a particolari poteri magici giavanesi e balinesi (la famiglia di Sukarno era metà e metà) il presidente sia riuscito a scampare sempre diversi attentati mortali alla sua persona.



Nel pomeriggio visitiamo il grande complesso tempistico di Penataram, uno dei siti archeologici indonesiani rimasti più intatti. Il posto è molto bello, inserito in una specie di parco. Durante tutta la visita due bambine ci seguono costantemente, scrutando ogni nostra mossa e senza lasciarci un attimo, nemmeno quando ci fermiamo per una mezz’ora all’ombra di uno templi più grandi, cercando riposo dal sole. Nemmeno il tempo di rilassarsi, che qualcuno si avvicina per chiederci una foto. Facciamo almeno un centinaio di scatti con i vari indonesiani che smaniano per avere una foto con noi. Chissà nel telefono di chi sono andato a finire.


Quello stesso pomeriggio, invece di restare a Blitar decidiamo di partire alla volta di Ponorogo, una piccola città incuneata tra i monti famosa per un particolare tipo di danza. Sulla strada, mentre procediamo spediti, Ilaria sente di nuovo qualcosa bagnarle il piede. La pompa della benzina. Di nuovo. Ormai esperti, spegniamo il motorino, e spingiamo alla ricerca di un meccanico. Ma sono le 8 di sera ormai, e tutti hanno chiuso. Dopo aver provato in un paio di posti, troviamo rifugio alla stazione di benzina. Lì, spieghiamo il problema, e i ragazzi del posto ci chiamano un meccanico. Dopo circa un’ora il tizio arriva. Ripara il guasto, e ripartiamo. Nemmeno 200 metri, e di nuovo si stacca la pompa. Riparazione del cavolo. Torniamo indietro a spinta, sotto gli sguardi sempre più divertiti dei benzinai, e facciamo richiamare il tipo. Stavolta arriva in un secondo, profondendosi in mille scuse. Ci ripara di nuovo il motorino, sotto i nostri sguardi attenti, stavolta sottolineando che il guasto è riparato sicuramente. Intanto, parlando con uno dei ragazzi, scopriamo che Ponorogo è davvero troppo in mezzo ai monti per il nostro povero motorino. Inoltre, se si dovesse rompere di nuovo, la strada che porta là è deserta, e non troveremmo niente e nessuno fino a domattina. Vi conviene trovare un albergo qui nei dintorni, dice. Decisi a seguire il suo consiglio, ci facciamo indicare un hotel. Il migliore della nostra permanenza, solo un po’ sperduto. Ma che ci fa un super-hotel così in un posto sperduto del genere? La risposta sarebbe arrivata il giorno dopo.

Giorno 15: verso Pacitan
5 gennaio. Mentre facciamo colazione scopriamo che la località in cui si trova il nostro hotel è il punto di partenza per visitare le molte grotte che si trovano nei dintorni. In particolare, la Goa Lowo sembra essere la grotta più vasta del sud-est asiatico. Inoltre, il suo nome significa, traducendo dal giavanese, Grotta del Pipistrello. E chi siamo noi per non visitare la Bat Caverna?


Usciti dalla tana segreta di Batman, abbandoniamo l’idea di passare per Ponorogo e ci dirigiamo invece verso Pacitan, dove ci attendono mare e spiagge. La strada è ancora una volta un serpeggiare tra le montagne, ma il paesaggio è meraviglioso. Sulla strada, una strana insegna inneggia al nazismo. Nazi mie, con tanto di svastiche. Il gioco di parole consiste nel fatto che “nasi” in indonesiano significa riso, mentre “mie” sono gli spaghetti di soia. Tutti i ristoranti indonesiani hanno la scritta “nasi mie”. Questo voleva distinguersi. Direi che c’è riuscito benissimo.


Quasi arrivati a Pacitan ci fermiamo per fare benzina, e una signora vecchissima decide di regalarci delle caramelle dopo averci venduto due bottiglie di benzina. D’altra parte è quasi la befana. Arriviamo a Pacitan di notte, scendendo dalla montagna. La vista della città illuminata, dall’alto, fa un certo effetto. In centro, cerchiamo di prende una stanza in un hotel. Siete sposati, chiede l’albergatore? No, rispondiamo. Allora dovete prendere camere separate. E’ irremovibile. Ci mostra il regolamento dell’albergo, e spiega che siamo in una città musulmana. Musulmana fino al midollo. Incavolati neri lasciamo perdere. Giriamo un altro paio di alberghi, e quando stiamo quasi per lasciar perdere, troviamo l’ennesimo super hotel deserto, ad un passo da una delle spiagge principali. Prezzi abbordabilissimi. La fortuna non ci lascia. Prendiamo una stanza, e tanti saluti all’albergo musulmano.


Giorno 16: verso Yogya
Befana. Al nostro risveglio, la meravigliosa spiaggia di Teleng Ria, un paradiso del surf, è lì che ci aspetta. Il litorale è deserto. Tutti sono tornati a casa dopo le vacanze. La spiaggia è tutta per noi. Gelato, bagnetto, e siamo pronti per ripartire. Stavolta per Yogyakarta. Si torna a casa. Pacitan è infatti la città di Giava Orientale più vicina alla Regione Indipendente di Yogyakarta.


Sulla strada ci fermiamo alla Goa Tabuhan (letteralmente Grotta Dove Si Suona). Qui, dei musicisti percuotono le stalagmiti, e accompagnati da alcune cantanti, eseguono alcune canzoni giavanesi. Si inizia a sentire l’aria di Yogya, finalmente.


Ripreso il motorino, valichiamo la zona montuosa che circonda la città di Yogyakarta. Scendiamo lentamente, curva dopo curva. Yogya è là che ci aspetta, con il suo traffico e le sue assurdità. Procediamo spediti verso casa, imbocchiamo il vialetto, apriamo il cancello. Scendiamo dal povero motorino, felicissimo di essere arrivato a casa sano e salvo, più o meno.


Posso assicurare che nonostante fossimo carichi come muli, nella molta strada percorsa abbiamo visto più di una persona trasportare cose molto più assurde e ingombranti. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te.

lunedì 2 marzo 2015

I diari del sepeda motor: parte 1

Come avete passato le vacanze di natale? Bene? Cappotti, guantini di lana, forse neve, abbuffate di lenticchie e zampone, immagino. E albero, e regali, e magari se capita pure qualche zampognaro.

Qua no. Qua a natale facevano 30 gradi comunque. E pioveva, anche. Quindi io e Ilaria abbiamo detto: perché non andare a Giava Orientale, a vedere che cosa succede da quelle parti? Così, tanto per vedere se piove anche là. E tanto per rendere la cosa interessante, andiamoci in motorino. “Sepeda motor” in indonesiano, appunto.

Così, un giorno prima di partire (21 dicembre), con davanti una cartina di Giava Orientale e un the fumante, tracciamo il nostro obiettivo: passare sul vicino Monte Lawu, quindi raggiungere il grande porto di Surabaya e fare il giro dell’isola di Madura, a nord-est di Giava, e poi chissà. Il giorno dopo, messa al sicuro tutta la roba elettronica (per evitare che l’umidità se la portasse via), chiuso casa, salutato la gatta, prendiamo l’unico motorino buono. Carichiamo il pesante e ingombrante zaino da viaggio incastrandolo tra il sedile e il manubrio della fedele cavalcatura. Ci alterniamo alla guida, diciamo. E siccome non c’è più spazio per i piedi (c’è lo zaino) chi guida è costretto ad appoggiare le gambe sul bagaglio: piedi penzoloni in avanti. Come stare seduti in poltrona, pensiamo. Non sapevamo cosa ci aspettava. Nemmeno il motorino lo immaginava.

  
Ora, i primissimi giorni di viaggio non sono stati documentati con foto e video. Perchè, cosa vuoi che succeda prima che arriviamo nelle terre selvagge? Hic sunt leones, mica qua. E invece.

Giorno 1: verso il Monte Lawu
22 dicembre. Partiamo con il sole che spacca le pietre. Mascherina da ninja antipolvere, occhiali da sole, t-shirt e tanto ottimismo. Tempo di arrivare sull’anello autostradale che delimita Yogya, e il clima subisce un cambiamento drastico: cielo grigio, pioggia, vento. Due minuti dopo è il diluvio. Acqua alta un metro. Un traffico che lasciamo perdere. Dopo nemmeno un’ora di guado perenne, lo zaino è completamente fradicio, e anche noi. Giacchettoni antipioggia utili, ma fino a una certa. Dopo una breve ma rinfrancante pausa ad un ristorante sulla strada, ci dirigiamo verso il Monte Lawu. Perché passarci intorno – da nord, per esempio, girando per la vicina Surakarta e poi dritti sulla strada principale, o da sud? No, noi vogliamo passarci in mezzo, senza sapere che il suddetto monte è uno dei più alti presenti a Giava Centrale. Man mano che saliamo in altitudine, la temperatura si abbassa. Scende la sera (qui fa sempre sera alle 18.00, ricordo), e passiamo diversi ridenti villaggetti. Fino alla salita più improponibile del mondo. A metà della suddetta, il motorino dice basta. Odore di bruciato. Non ne vuole sapere di salire. Rassegnati, torniamo indietro e chiediamo per un’altra strada. Riporto il dialogo così come l’abbiamo inteso noi:

Poveri e Affranti Viaggiatori: [Salve, dove si va per Surabaya?]
Venditore di Benzina: [Surabaya? Ma è lontano!] (circa 400 km, infatti)
P.A.V.: [Si, lo sappiamo. Dove si va?]
V.B.: [Dovete andare di là] (indicando la salita improponibile)
P.A.V.: [Il motorino non ce la fa, è troppo carico. C’è una strada alternativa?]
V.B.: [C’è, ma sulla strada c’è Longsor] (pensieroso)
P.A.V.: [Ecco, perfetto! Dove si va per Longsor?] (rasserenati)
V.B.: [Volete andare a Longsor?] (dubbioso)
P.A.V.: [Sisi, va benissimo. Dov’è?]
V.B.: [Bhè… andate giù, poi girate. La strada è nuova, non bisogna salire molto.] (molto dubbioso)

Belli contenti, risaliamo sul motorino sfiatato, e ci dirigiamo verso ciò che pensavamo fosse l’ennesimo ridente villaggio, Longsor per l’appunto. E invece.

Imboccata la strada indicata, man mano che avanziamo si prospetta un panorama dantesco. Niente persone. Niente luci. Solo minuscole lucciole, che come spiriti di dannati sembrano voler carpire le nostre anime. Improvvisamente si para davanti a noi una gigantesca scavatrice. Tutto intorno, massi giganti, frananti dalla costa della montagna. Un’ansia che non posso descrivere.

Una spiegazione linguistica si rende necessaria. L’indonesiano è una lingua semplice. Niente articoli. Niente pronomi. Ed è dunque facile scambiare i significati della parole. In indonesiano, “longsor” non sta per il nome di un paese, ma indica in senso generale una frana, una slavina. Alla luce di ciò, riprendiamo la conversazione sopra riportata:

P.A.V.: [Il motorino non ce la fa, è troppo carico. C’è una strada alternativa?]
V.B.: [C’è, ma sulla strada c’è una frana] (pensieroso)
P.A.V.: [Ecco, perfetto! Dove si va per la frana?] (rasserenati)
V.B.: [Volete andare alla frana?] (dubbioso)
P.A.V.: [Sisi, va benissimo. Dov’è?]

Non so se ho reso l’idea. In ogni caso, giriamo il motorino e torniamo indietro. Indietro proprio tutta, di quasi 100 km, fino alla strada nazionale, fino quasi alla città di Surakarta, che volevamo evitare, proseguendo passando il Lawu, che ci guarda sbeffeggiandoci, da nord. Sorpresi dalla stanchezza, dormiamo nell’area di riposo di un Pertamina (unica azienda che rifornisce il paese di benzina), sdraiati nei nostri sacchi a pelo, su (devo ammettere) comodissime panche di legno, mentre tutto intorno a noi diverse persone acquistano snack vari, chiacchierano, fumano. Detta così sembra brutto, ma in realtà siamo stati molto comodi.

Giorno 2: Strada Nazionale, Surabaya
Inutile raccontare i passaggi dei camion a bruciapelo, il traffico impossibile, la polvere respirata, il caldo. In particolare, l’ingresso sud della città di Surabaya è un vero e proprio inferno. E a un certo punto la ruota posteriore del motorino decide di lasciarci a piedi. Per fortuna, come avremmo avuto modo di vedere anche in altre occasioni, i meccanici sono piuttosto veloci in tutta l’Indonesia. Aggiustata la ruota, si riparte. È il 23 dicembre.

Surabaya è un bel posto. Strade larghe, negozi tanti. Si vivrebbe bene là, se non fosse che sembrerebbe di stare in una normale città occidentale, ma con molti degli svantaggi di una città dell’oriente. La sera ci perdiamo nel caratteristico quartiere musulmano, dopo aver visitato la moschea: chiediamo informazioni, ma usciamo sempre dal lato sbagliato del minuscolo agglomerato. Esasperati, decidiamo di circumnavigare a piedi l’intero blocco abitativo, e riusciamo finalmente a tornare al punto di partenza. Chi non c’ha testa c’ha gambe, come diceva nonna. Ispirati dall’atmosfera araba cerchiamo di ordinare un kebab, ma il tipo sembra non volerci ascoltare o servire. Dopo aver atteso un bel po’ ce ne andiamo, e pochi metri più in là troviamo un altro chiosco di kebab. Qui ci danno retta. Cena, poi lotta notturna contro i sensi unici della metropoli, e finalmente, riposo.


Dopo appena una notte abbandoniamo la città per la più vergine isola di Madura, attraversando il famoso ponte Suramadu (SURAbaya-MADUra, geniale no?). Chi ha bisogno di una metropoli superaccessoriata e ipercaotica quando spiagge e foreste incontaminate sono a portata di mano?



Giorno 3 (Vigilia): Madura, Bangkalan


Attraversiamo il Suramadu e ci dirigiamo verso Bangkalan, primo capoluogo di Madura, sulla costa occidentale dell’isola. Dopo aver avuto ragione dei (maledetti) sensi unici, ci rendiamo conto che la cittadina è davvero minuscola. C’è solo un hotel in città, veniamo a sapere. Ci dirigiamo là, e l’hotel è davvero fantastico: grandi spazi, camere pulite, personale più che disponibile. Non siamo abituati a tanto, non dopo aver dormito al benzinaio. Posati al volo lo zaino, rimontiamo in motorino, dirigendoci leggeri verso le spiagge. Tutto intorno cespugli, palme, foresta. Ogni tanto (molto spesso, in effetti) una gigantesca moschea (a Madura sono praticamente TUTTI musulmani).


Ma improvvisamente: Ilaria mi segnala allarmata che dell’acqua le sta bagnando il piede sinistro. Impossibile, dico io, da dove potrebbe uscire? Dallo zaino? No. Dalla mia borraccia? No. Fermo il motorino. Controllo. Il motorino perde benzina. Motivo: sconosciuto.


Pazientemente (e a spinta) torniamo indietro di circa un chilometro, raggiungendo un’officina meccanica. Sono tutti ragazzi. Ci chiedono da dove veniamo. Italia. E così, tra Valentino Rossi, Numero Uno e Totti gli spieghiamo il problema. Questi in un lampo smontano tutto il motorino, e individuano il problema: “Pumpa bensin”. Penso non ci sia bisogno di tradurre. Ci spiegano che il tubo della pompa, a causa di qualche eccessivo sforzo, tende a staccarsi. Come è possibile, chiedono. E noi a spiegare la strada da Yogyakarta. Superato il momento di shock, uno dei ragazzi esclama “Ah, si, Yogyakarta! Vedo la targa che comincia con AB, è Giava Centrale!”. Non immaginavamo quanti problemi avrebbe portato quella maledetta targa.


Salutiamo i ragazzi, che nemmeno vogliono farsi pagare, e ripartiamo alla volta del faro, una delle tre cose segnalate dalla guida intorno a Bankalan. Il programma voleva essere: arrivare al faro, visitarlo, andare a mangiare pesce da qualche parte, e quindi bere le birre preventivamente acquistate a Surabaya (perché ovviamente a Madura NON C’E’ ALCOL) sulla spiaggia. Arriviamo al faro, ma ci dicono che ormai sono le 17.30, è chiuso e non c’è tempo per salire, non vedremmo nulla per il troppo buio. Sconsolati, ci allontaniamo, quando l’omino ci richiama: potremmo salire se decidessimo di dargli una sostanziosa mancia. Ma come, non era buio? Lasciamo perdere, e ci mettiamo alla ricerca di un ristorante, facendo avanti e indietro sulla strada costiera. E in effetti troviamo un ottimo ristorante. Mangiamo di tutto e di più – pesci arrosto, granchioni, gamberi. Finito di mangiare, scopriamo che le cameriere stavano aspettando noi per andarsene a casa, vogliono una foto con noi. Foto di gruppo, e mentre ci allontaniamo il ristorante chiude. Clienti in extremis. E sono appena le 19.30. Come avremmo scoperto, a Madura vanno praticamente tutti a letto prestissimo, dato che poi alle 4.00 del mattino bisogna alzarsi per pregare. E il fatto che sia Natale ovviamente non conta.

Ci dirigiamo verso un molo lì vicino, lasciando il motorino sotto un piccolo riparo. Birre in mano, ci allontaniamo di qualche centinaio di metri nel buio più completo. Apri una birra. Poi un'altra. Poi un’altra. A un certo punto si avvicina un uomo con una torcia. Fa luce sui nostri volti. Già pensiamo che voglia sapere di quelle birre. E invece.

Uomo della Torcia: [Buonanotte]
Poveri Alcolizzati: [Buonanotte] (in indonesiano, una volta che è notte, è notte. Punto.)
U.T.: [E’ vostro il motorino sulla strada?]
P.A.: [Si, perché?]
U.T.: [Da dove venite?]
P.A.: [Da Yogyakarta.]
U.T.: [Avevo visto la targa. Vi conviene portarlo qui.]
P.A.: [Perché? C’è qualche problema?]
U.T.: [Girano delle bande, qui è pericoloso. Se vedono il motorino targato AB ve lo rubano.]
P.A.: [Ce lo rubano…?] (sbigotitti)
U.T.: [Si, e qui ancora è sicuro, perché ci siamo noi del villaggio che facciamo la ronda notturna. Ma non andate oltre il faro: là ci sono gli assassini, per prendersi il motorino vi possono uccidere.]

A quel punto mi alzo, e vado a prendere il motorino. Ringraziato il signore, scoliamo le ultime birre più in fretta possibile. Sapevamo di una millantata cattiva fama di Madura, e intenzionati a fregarcenene pensavamo già di passare qualche notte sulle varie spiagge. Invece no, bisogna rinunciare. Torniamo barcollanti in albergo, un po’ delusi, un po’ allarmati.

Giorno 4 (Natale): verso Sumenep, spiagge del sud di Madura
La mattina del 25 inizia con il cameriere dell’albergo che bussa alla nostra porta. Alle 6 del mattino. Molto insistentemente. Biascicando maledizioni, mi alzo e vado a vedere. E quello, tutto sorridente, mi porge un vassoio con due piatti di “nasi goreng”, letteralmente riso fritto. Breakfast, esclama, tutto contento. L’avrei ammazzato. Prendo il vassoio, lo poggio nell’armadio, e mi rimetto a dormire. Mi sveglio davvero, tre ore dopo. Chiedo ad Ilaria: ma l’ho sognato? No – risponde – c’è del nasi nell’armadio. E il vassoio infatti è là.

Fatta colazione si riparte, direzione Sumenep, dall’altra parte di Madura. Tempo nemmeno mezzo chilometro, e la ruota davanti è a terra. Meccanico. Aggiustare. Ripartire. Maciniamo chilometri, tra pioggia e vari pericoli stradali, tipo camion in sorpasso a velocità folli su quella che ha la larghezza di una strada di campagna, ma asfaltata.


Il percorso incrocia la spiaggia turistica di Camplong. E visto che siamo mezzi morti, decidiamo di fare una sosta. Tanto più che non piove più. Individuato il posto, parcheggio, passeggiatina. La spiaggia è piccola, e nemmeno niente di speciale. L’attrazione principale sono i barcaioli locali, che propongono un giretto al largo sulla loro barca. Scegliamo quello con la faccia più simpatica, contrattiamo e alla fine abbiamo il nostro giro in barca.


Al nostro rientro, dopo circa una mezz’ora, veniamo tampinati da una vecchietta che vende latte di cocco, da bere direttamente dalla noce con una cannuccia. Da dove venite? Itali. Volete una noce di cocco? Non adesso, ci vogliamo riposare. Dai compratelo (queste ultime due frasi vengono ripetute diverse volte, con varianti). Ci stiamo iniziando ad arrabbiare. Non importa, basta che lo comprate. Lo prendiamo dopo! No, prendetelo adesso. AGH! Insomma, alla fine ha desistito, e dopo un po’ di tempo sono andato a darle soddisfazione, acquistando ‘sta benedetta noce di cocco.

Ripartiamo dalla spiaggia che è quasi buio, ma contando di farci gli ultimi chilometri verso Sumenep in un paio d’ore. Arrivati senza troppi imprevisti, ci mettiamo alla ricerca di una sistemazione per la notte. Primo hotel segnalato dalla guida: non esiste. Secondo hotel: esiste, ma si è spostato (ci dicono) e non lo troviamo. Terzo hotel, questo già un po’ fuori dal centro: tutto esaurito. Quarto hotel, ancora più fuori: tutto esaurito. Quinto hotel, finalmente. Ci deve essere qualche tipo di evento importante in città, finiti quasi tutti i posti. Mettiamo il motorino nell’area parcheggio motocicli, che funge anche da lavanderia e cucina, ed andiamo in stanza. Tempo di riprendersi, e fuori nella Sumenep notturna [vedi anche video più avanti], con la monumentale entrata della moschea, un po’ simbolo della città.



Giorno 5: Sumenep
Santo Stefano, rigorosamente alle 6 di mattina, qualcuno bussa alla porta. Brekfast brekfast. Già, avevo dimenticato. Alzo, apro, lui sorride, io un po’ meno, ringrazio, se ne va. Riso bianco, uovo fritto e nuvoletta di gamberi, stavolta. Poso il vassoio da qualche parte, e posso tornare a morire nel letto.


Tornati in vita ad un’ora normale andiamo a visitare il mercato della città. Siccome ha piovuto, bisogna stare davvero attenti a dove mettere i piedi. La seconda parte del video qui sotto, un po’ in stile documentaristico-giornalistico, riprende un giro tra le varie bancarelle, in mezzo a musica pop indonesiana sparata a tutto volume, urla dei mercanti, motorini caricati all’inverosimile, e gente varia che sorride in camera. (La prima parte è il primo giro a Sumenep di notte)


Giriamo nei dintorni per cercare di raggiungere il kraton (palazzo del sultano) locale. Dato che ce n’è uno anche a Yogya, siamo abbastanza curiosi. Trovato, una simpatica donna ci guida nel tour del palazzo, ormai adibito a museo della nobile casata. Il palazzo è molto bello, soprattutto i giardini (la foto qui sotto non rende giustizia), e non c’è nessuno in visita tranne noi. Colti da un violento temporale, rimaniamo bloccati con la nostra guida sotto uno dei padiglioni per circa un’ora. A un certo punto, stufa, lei si alza e dice e dice che adesso però deve andare a casa. Perché, stava aspettando noi? Saluti, e ci lascia là. Visitiamo l’ultima parte del palazzo, quindi, ripreso il motorino, ci dirigiamo al cimitero della famiglia reale.


La strada è un po’ tortuosa, e quasi tutta in salita. Quando chiediamo indicazioni, otteniamo ogni volta una informazione diversa: 7 chilometri, 5 chilometri, 9 chilometri. Ma tutti sono d’accordo su una cosa: è lontano. Irraggiungibile. Fermatevi a mangiare una cosa, prima, oggi non ce la fate ad arrivare. Insomma, alla fine erano nemmeno dieci minuti in motorino. 3 chilometri al massimo. Arrivati, ancora pioveva. Facciamo per entrare, ma ci chiedono di firmare un libro delle presenze e di lasciare un contributo per il mantenimento del luogo.


Il posto è tranquillo, si respira una bella atmosfera. Soprattutto, nell’area riservata alla sepoltura della famiglia del sultano. Là, un sacco di persone si sono riunite per pregare insieme e rendere omaggio. Aspettiamo che la folla si disperdi un pochino, e facciamo anche noi la nostra capatina. Tornati in città, breve capatina nella grande moschea al centro della città – con disappunto di Ilaria per avere il permesso di accedere solo all’area destinata alle donne.


In hotel per togliere i vestiti bagnati, e poi cena sfigata (per me) a base di una zuppa di carne di capra dal sapore indescrivibilmente cattivo. Rassegnati, dopo vari altri giri, ci ritiriamo.

Giorno 6: verso le spiagge del nord, casa del signor Yo Yo
Giorno dopo. 6 di mattina. Toc toc. Chi cavolo è. Brekfast brekfast. In piedi. Smadonnamenti. Apri. Grazie. Chiudi. Posi il vassoio. Giù a letto. È il 27 dicembre.

E’ il momento di ripartire. Ormai esperti, carichiamo il pesante zaino sul motorino e via. Pochi metri, e la marmitta inizia a fare un rumore di inferno. Ci fermiamo dal primo meccanico che troviamo, e chiediamo di dare un’occhiata. Ma qui aggiustiamo automobili, dicono. Si, ma vogliamo sapere solo se sta per esplodere. Mentre un ragazzo si mette al lavoro, un altro commenta infelicemente il fatto che sia Ilaria a guidare. Le donne non sono capaci. E’ l’uomo che deve guidare. Come dargli torto. Mentre trattengo Ilaria dal decapitare il tipo, il motorino è sistemato, e tra sorrisi e grazie grazie a denti stretti ripartiamo.

Ci dirigiamo verso la famosa spiaggia di Lombang. Dopo un’oretta di viaggio giungiamo a destinazione, fermandoci in mezzo ai pini marittimi, tra l’ilarità dei ragazzi-parcheggiatori. Solito scambio di convenevoli, e lasciato il fedele motorino ci incamminiamo verso la spiaggia assolata. Lungo la strada, giovani indonesiani intenti nei loro sport preferiti: scattarsi selfie e mangiare. Le parti più isolate del lunghissimo bagnasciuga sono praticamente deserte, tutti quanti si ammassano intorno ai vari chioschetti vicino l’entrata principale. Tutti i ragazzi fanno il bagno completamente vestiti, perché prendere il sole rende la pelle ancora più scura, e agli indonesiani non piace. Alcuni girano un video musicale a tema islamico ballando vicino a un cavallo. Altri ancora montano in tre o quattro su piccole motociclette, correndo e urlando sulla sabbia bianca. Arriviamo in un posto all’ombra, lontano dalla folla e dalla follia indonesiana, e non troviamo le chiavi del motorino. Lasciate al parcheggio. Torno indietro, cuocendomi i piedi e rischiando un’insolazione, il ragazzo al parcheggio ride e mi ridà le chiavi. Mi sta proprio bene. Mi incammino di nuovo sulla spiaggia. Bagno (non con i vestiti), riposo, sole. La spiaggia è meravigliosa. Quando è ora, decidiamo di andarcene e torniamo al motorino. E manca la felpa che Ilaria aveva lasciato legata alla sella. Montiamo su un mezzo casino, ma la felpa non esce fuori. Nessuno sa niente. Certo, come no. Rassegnati, dopo aver lanciato diverse minacce a vuoto, riprendiamo la strada.



Maciniamo i chilometri, seguendo le indicazioni di un tipo che ci indica una scorciatoia per la costa nord, dove si trova la spiaggia di Slopeng. Dopo un po’ l’asfalto finisce. La strada diventa una mulattiera. Pietre, fango e sassi. Scendo e cammino, per far andare Ilaria col motorino più leggero. Il paesaggio circostante ricorda vagamente la Puglia della mia infanzia. Con molta pazienza, e rischiando di distruggere la nostra cavalcatura, dopo un paio d’ore ritorniamo sull’asfalto. Abbiamo percorso poco più di 3 chilometri.


Stanchissimi, continuiamo diretti verso la spiaggia di Slopeng, pensando di trovare un altro angolo di paradiso come a Lombang. E invece.

Sta per fare buio, la benzina è quasi finita. Ci fermiamo ad uno dei tanti chioschetti che vendono benzina in bottiglia, e la signora ci fa le solite domande di rito. Rispondiamo che vogliamo andare a Slopeng, e chiediamo se conosce un albergo nei dintorni. Non ci sono alberghi fino a Bangkalan (la città di partenza, a circa 200 chilometri di distanza). Non sappiamo che fare. Vedendo la nostra disperazione, la signora ci propone di dormire a casa sua. Mio marito è il poliziotto locale, non vi preoccupate. Non vedendo altra alternativa, accettiamo, ed entriamo nella casa lì vicino.

La casa è una reggia. Le stanze sono tantissime, molte arredate principescamente. I poliziotti si trattano bene. Ma si vede comunque il tocco indonesiano: tra tutto, spicca il condizionatore della nostra camera, inserito trasversalmente in un buco nella parete che dà sulla stanza contigua. Perché comprare due condizionatori, quando si può bucare un muro e usarne solo uno per due camere, d’altra parte? Dopo una doccia, in attesa della cena, ci sediamo sulla veranda  e facciamo un po’ di conversazione con tutta la famiglia: poliziotto, moglie, figli (cinque, di diversa età), nonno, nonna, zio, zia. Vivono tutti insieme. E mentre il monsone fuori infuria, la famiglia ci interroga sulla forma dei nostri nasi (“Gli indonesiani ce l’hanno così – e si premono il naso – voi ce l’avete come gli indiani”), sul colore della nostra pelle (“Come è bianca!”), su cosa si mangia in Europa (“Non c’è sempre riso? – increduli – E cosa mangiate?”, qui è stata particolarmente tragica), su calcio e motociclette (ovviamente, Totti e Valentino), sull’attività di poliziotto del padrone di casa, il signor Yo Yo (“Prima che arrivassi io qui era pieno di bande criminali, ora sono tutti in galera!” – afferma orgogliosamente) e sulle sue capacità di capofamiglia (“Vedete come è grosso mio marito? Per questo mi ha dato cinque figli!” – dice la moglie). Poco e niente sul fatto che siamo in Indonesia per studiare la musica giavanese, cosa che di solito più colpisce gli indonesiani. Siamo decisamente lontani da Yogyakarta.

La cena si rivela un mezzo disastro. A tavola ci sono montagne di riso bianco, montagne di pesce arrosto, montagne di una cosa quadra marroncina ultrapiccante, avvolta in una foglia di palma, ricavata pestando e pressando insieme pescetti e peperoncini: davvero poco invitante. Lasciati soli, mangiamo tutto il possibile consentito dalla capacità dei nostri stomaci e dal nostro grado di tolleranza. Quando la famiglia (tutta quanta) entra per vedere come va, ci chiedono un po’ allarmati perché non abbiamo mangiato TUTTO. Non ci piace? E’ troppo, cerchiamo di spiegare, e questa cosa marroncina è troppo piccante (e qui mentiamo, lo ammetto). Rassicurati, ridacchiano di noi poveri occidentali, che non sappiamo gustare tali prelibatezze, e che siamo di stomaco debole. Il signor Yo Yo pensa bene di sottolineare che quella scodella di riso lui se la può mangiare anche da solo. Ci credo, con la sua stazza. Gli indonesiani hanno la magnifica capacità di farne sempre una questione di cibo, per qualsiasi cosa. Ringraziamo, e andiamo a dormire.

Giorno 7: ritorno a Bangkalan
Quando ci svegliamo, tutti sono già in piedi, più o meno indaffarati. Ci prepariamo velocemente, per toglierci dai piedi il più presto possibile, declinando i gentili inviti della padrona di casa a restare per un altro mese ancora. No, dobbiamo continuare. Salutiamo, e ripartiamo. Non so perché, non gli abbiamo fatto nemmeno una foto. Senza di loro saremmo stati nei guai. Grazie mille, davvero. È il 28 dicembre.

Prima di dirigerci verso Bangkalan ci fermiamo alla spiaggia di Slopeng, a circa 7 chilometri da casa del signor Yo Yo. La spiaggia non è niente di che: soliti ragazzi che fanno il bagno vestiti, soliti chioschetti che preparano cibo a rotazione. Qui invece delle motociclette vanno forte i cavalli. Un ragazzo si avvicina e mi chiede se voglio fare un giro. Il cavallo si chiama Shiva, come il dio della distruzione induista. Meglio lasciar perdere. Dopo un po’ di ore di sano ozio, ripartiamo. Sulla strada, incomprensibili cartelli con nomi familiari.



La sera arriviamo a  Bangkalan, di nuovo. Torniamo al nostro albergo di fiducia. Distrutti dal viaggio, decidiamo di restare in camera. La televisione propone una fantastica fiction indiana con ambientazione mitica, il Mahabarata Show. La storia è la stessa che viene rappresentata negli spettacoli di teatro delle ombre tanto comuni nella nostra Yogya. Rinfrancati, ci godiamo un po’ di aria di casa, pensando che domani torniamo a Giava.

Per i più curiosi e coraggiosi:




[Fine prima parte. Dato che le cose da scrivere sono tante, e che non mi faccio sentire da un po’ di tempo, ho deciso di separare un intervento in due. La seconda parte è in preparazione, abbiate pazienza. Sono pigro,e qua fa caldo.]