lunedì 2 marzo 2015

I diari del sepeda motor: parte 1

Come avete passato le vacanze di natale? Bene? Cappotti, guantini di lana, forse neve, abbuffate di lenticchie e zampone, immagino. E albero, e regali, e magari se capita pure qualche zampognaro.

Qua no. Qua a natale facevano 30 gradi comunque. E pioveva, anche. Quindi io e Ilaria abbiamo detto: perché non andare a Giava Orientale, a vedere che cosa succede da quelle parti? Così, tanto per vedere se piove anche là. E tanto per rendere la cosa interessante, andiamoci in motorino. “Sepeda motor” in indonesiano, appunto.

Così, un giorno prima di partire (21 dicembre), con davanti una cartina di Giava Orientale e un the fumante, tracciamo il nostro obiettivo: passare sul vicino Monte Lawu, quindi raggiungere il grande porto di Surabaya e fare il giro dell’isola di Madura, a nord-est di Giava, e poi chissà. Il giorno dopo, messa al sicuro tutta la roba elettronica (per evitare che l’umidità se la portasse via), chiuso casa, salutato la gatta, prendiamo l’unico motorino buono. Carichiamo il pesante e ingombrante zaino da viaggio incastrandolo tra il sedile e il manubrio della fedele cavalcatura. Ci alterniamo alla guida, diciamo. E siccome non c’è più spazio per i piedi (c’è lo zaino) chi guida è costretto ad appoggiare le gambe sul bagaglio: piedi penzoloni in avanti. Come stare seduti in poltrona, pensiamo. Non sapevamo cosa ci aspettava. Nemmeno il motorino lo immaginava.

  
Ora, i primissimi giorni di viaggio non sono stati documentati con foto e video. Perchè, cosa vuoi che succeda prima che arriviamo nelle terre selvagge? Hic sunt leones, mica qua. E invece.

Giorno 1: verso il Monte Lawu
22 dicembre. Partiamo con il sole che spacca le pietre. Mascherina da ninja antipolvere, occhiali da sole, t-shirt e tanto ottimismo. Tempo di arrivare sull’anello autostradale che delimita Yogya, e il clima subisce un cambiamento drastico: cielo grigio, pioggia, vento. Due minuti dopo è il diluvio. Acqua alta un metro. Un traffico che lasciamo perdere. Dopo nemmeno un’ora di guado perenne, lo zaino è completamente fradicio, e anche noi. Giacchettoni antipioggia utili, ma fino a una certa. Dopo una breve ma rinfrancante pausa ad un ristorante sulla strada, ci dirigiamo verso il Monte Lawu. Perché passarci intorno – da nord, per esempio, girando per la vicina Surakarta e poi dritti sulla strada principale, o da sud? No, noi vogliamo passarci in mezzo, senza sapere che il suddetto monte è uno dei più alti presenti a Giava Centrale. Man mano che saliamo in altitudine, la temperatura si abbassa. Scende la sera (qui fa sempre sera alle 18.00, ricordo), e passiamo diversi ridenti villaggetti. Fino alla salita più improponibile del mondo. A metà della suddetta, il motorino dice basta. Odore di bruciato. Non ne vuole sapere di salire. Rassegnati, torniamo indietro e chiediamo per un’altra strada. Riporto il dialogo così come l’abbiamo inteso noi:

Poveri e Affranti Viaggiatori: [Salve, dove si va per Surabaya?]
Venditore di Benzina: [Surabaya? Ma è lontano!] (circa 400 km, infatti)
P.A.V.: [Si, lo sappiamo. Dove si va?]
V.B.: [Dovete andare di là] (indicando la salita improponibile)
P.A.V.: [Il motorino non ce la fa, è troppo carico. C’è una strada alternativa?]
V.B.: [C’è, ma sulla strada c’è Longsor] (pensieroso)
P.A.V.: [Ecco, perfetto! Dove si va per Longsor?] (rasserenati)
V.B.: [Volete andare a Longsor?] (dubbioso)
P.A.V.: [Sisi, va benissimo. Dov’è?]
V.B.: [Bhè… andate giù, poi girate. La strada è nuova, non bisogna salire molto.] (molto dubbioso)

Belli contenti, risaliamo sul motorino sfiatato, e ci dirigiamo verso ciò che pensavamo fosse l’ennesimo ridente villaggio, Longsor per l’appunto. E invece.

Imboccata la strada indicata, man mano che avanziamo si prospetta un panorama dantesco. Niente persone. Niente luci. Solo minuscole lucciole, che come spiriti di dannati sembrano voler carpire le nostre anime. Improvvisamente si para davanti a noi una gigantesca scavatrice. Tutto intorno, massi giganti, frananti dalla costa della montagna. Un’ansia che non posso descrivere.

Una spiegazione linguistica si rende necessaria. L’indonesiano è una lingua semplice. Niente articoli. Niente pronomi. Ed è dunque facile scambiare i significati della parole. In indonesiano, “longsor” non sta per il nome di un paese, ma indica in senso generale una frana, una slavina. Alla luce di ciò, riprendiamo la conversazione sopra riportata:

P.A.V.: [Il motorino non ce la fa, è troppo carico. C’è una strada alternativa?]
V.B.: [C’è, ma sulla strada c’è una frana] (pensieroso)
P.A.V.: [Ecco, perfetto! Dove si va per la frana?] (rasserenati)
V.B.: [Volete andare alla frana?] (dubbioso)
P.A.V.: [Sisi, va benissimo. Dov’è?]

Non so se ho reso l’idea. In ogni caso, giriamo il motorino e torniamo indietro. Indietro proprio tutta, di quasi 100 km, fino alla strada nazionale, fino quasi alla città di Surakarta, che volevamo evitare, proseguendo passando il Lawu, che ci guarda sbeffeggiandoci, da nord. Sorpresi dalla stanchezza, dormiamo nell’area di riposo di un Pertamina (unica azienda che rifornisce il paese di benzina), sdraiati nei nostri sacchi a pelo, su (devo ammettere) comodissime panche di legno, mentre tutto intorno a noi diverse persone acquistano snack vari, chiacchierano, fumano. Detta così sembra brutto, ma in realtà siamo stati molto comodi.

Giorno 2: Strada Nazionale, Surabaya
Inutile raccontare i passaggi dei camion a bruciapelo, il traffico impossibile, la polvere respirata, il caldo. In particolare, l’ingresso sud della città di Surabaya è un vero e proprio inferno. E a un certo punto la ruota posteriore del motorino decide di lasciarci a piedi. Per fortuna, come avremmo avuto modo di vedere anche in altre occasioni, i meccanici sono piuttosto veloci in tutta l’Indonesia. Aggiustata la ruota, si riparte. È il 23 dicembre.

Surabaya è un bel posto. Strade larghe, negozi tanti. Si vivrebbe bene là, se non fosse che sembrerebbe di stare in una normale città occidentale, ma con molti degli svantaggi di una città dell’oriente. La sera ci perdiamo nel caratteristico quartiere musulmano, dopo aver visitato la moschea: chiediamo informazioni, ma usciamo sempre dal lato sbagliato del minuscolo agglomerato. Esasperati, decidiamo di circumnavigare a piedi l’intero blocco abitativo, e riusciamo finalmente a tornare al punto di partenza. Chi non c’ha testa c’ha gambe, come diceva nonna. Ispirati dall’atmosfera araba cerchiamo di ordinare un kebab, ma il tipo sembra non volerci ascoltare o servire. Dopo aver atteso un bel po’ ce ne andiamo, e pochi metri più in là troviamo un altro chiosco di kebab. Qui ci danno retta. Cena, poi lotta notturna contro i sensi unici della metropoli, e finalmente, riposo.


Dopo appena una notte abbandoniamo la città per la più vergine isola di Madura, attraversando il famoso ponte Suramadu (SURAbaya-MADUra, geniale no?). Chi ha bisogno di una metropoli superaccessoriata e ipercaotica quando spiagge e foreste incontaminate sono a portata di mano?



Giorno 3 (Vigilia): Madura, Bangkalan


Attraversiamo il Suramadu e ci dirigiamo verso Bangkalan, primo capoluogo di Madura, sulla costa occidentale dell’isola. Dopo aver avuto ragione dei (maledetti) sensi unici, ci rendiamo conto che la cittadina è davvero minuscola. C’è solo un hotel in città, veniamo a sapere. Ci dirigiamo là, e l’hotel è davvero fantastico: grandi spazi, camere pulite, personale più che disponibile. Non siamo abituati a tanto, non dopo aver dormito al benzinaio. Posati al volo lo zaino, rimontiamo in motorino, dirigendoci leggeri verso le spiagge. Tutto intorno cespugli, palme, foresta. Ogni tanto (molto spesso, in effetti) una gigantesca moschea (a Madura sono praticamente TUTTI musulmani).


Ma improvvisamente: Ilaria mi segnala allarmata che dell’acqua le sta bagnando il piede sinistro. Impossibile, dico io, da dove potrebbe uscire? Dallo zaino? No. Dalla mia borraccia? No. Fermo il motorino. Controllo. Il motorino perde benzina. Motivo: sconosciuto.


Pazientemente (e a spinta) torniamo indietro di circa un chilometro, raggiungendo un’officina meccanica. Sono tutti ragazzi. Ci chiedono da dove veniamo. Italia. E così, tra Valentino Rossi, Numero Uno e Totti gli spieghiamo il problema. Questi in un lampo smontano tutto il motorino, e individuano il problema: “Pumpa bensin”. Penso non ci sia bisogno di tradurre. Ci spiegano che il tubo della pompa, a causa di qualche eccessivo sforzo, tende a staccarsi. Come è possibile, chiedono. E noi a spiegare la strada da Yogyakarta. Superato il momento di shock, uno dei ragazzi esclama “Ah, si, Yogyakarta! Vedo la targa che comincia con AB, è Giava Centrale!”. Non immaginavamo quanti problemi avrebbe portato quella maledetta targa.


Salutiamo i ragazzi, che nemmeno vogliono farsi pagare, e ripartiamo alla volta del faro, una delle tre cose segnalate dalla guida intorno a Bankalan. Il programma voleva essere: arrivare al faro, visitarlo, andare a mangiare pesce da qualche parte, e quindi bere le birre preventivamente acquistate a Surabaya (perché ovviamente a Madura NON C’E’ ALCOL) sulla spiaggia. Arriviamo al faro, ma ci dicono che ormai sono le 17.30, è chiuso e non c’è tempo per salire, non vedremmo nulla per il troppo buio. Sconsolati, ci allontaniamo, quando l’omino ci richiama: potremmo salire se decidessimo di dargli una sostanziosa mancia. Ma come, non era buio? Lasciamo perdere, e ci mettiamo alla ricerca di un ristorante, facendo avanti e indietro sulla strada costiera. E in effetti troviamo un ottimo ristorante. Mangiamo di tutto e di più – pesci arrosto, granchioni, gamberi. Finito di mangiare, scopriamo che le cameriere stavano aspettando noi per andarsene a casa, vogliono una foto con noi. Foto di gruppo, e mentre ci allontaniamo il ristorante chiude. Clienti in extremis. E sono appena le 19.30. Come avremmo scoperto, a Madura vanno praticamente tutti a letto prestissimo, dato che poi alle 4.00 del mattino bisogna alzarsi per pregare. E il fatto che sia Natale ovviamente non conta.

Ci dirigiamo verso un molo lì vicino, lasciando il motorino sotto un piccolo riparo. Birre in mano, ci allontaniamo di qualche centinaio di metri nel buio più completo. Apri una birra. Poi un'altra. Poi un’altra. A un certo punto si avvicina un uomo con una torcia. Fa luce sui nostri volti. Già pensiamo che voglia sapere di quelle birre. E invece.

Uomo della Torcia: [Buonanotte]
Poveri Alcolizzati: [Buonanotte] (in indonesiano, una volta che è notte, è notte. Punto.)
U.T.: [E’ vostro il motorino sulla strada?]
P.A.: [Si, perché?]
U.T.: [Da dove venite?]
P.A.: [Da Yogyakarta.]
U.T.: [Avevo visto la targa. Vi conviene portarlo qui.]
P.A.: [Perché? C’è qualche problema?]
U.T.: [Girano delle bande, qui è pericoloso. Se vedono il motorino targato AB ve lo rubano.]
P.A.: [Ce lo rubano…?] (sbigotitti)
U.T.: [Si, e qui ancora è sicuro, perché ci siamo noi del villaggio che facciamo la ronda notturna. Ma non andate oltre il faro: là ci sono gli assassini, per prendersi il motorino vi possono uccidere.]

A quel punto mi alzo, e vado a prendere il motorino. Ringraziato il signore, scoliamo le ultime birre più in fretta possibile. Sapevamo di una millantata cattiva fama di Madura, e intenzionati a fregarcenene pensavamo già di passare qualche notte sulle varie spiagge. Invece no, bisogna rinunciare. Torniamo barcollanti in albergo, un po’ delusi, un po’ allarmati.

Giorno 4 (Natale): verso Sumenep, spiagge del sud di Madura
La mattina del 25 inizia con il cameriere dell’albergo che bussa alla nostra porta. Alle 6 del mattino. Molto insistentemente. Biascicando maledizioni, mi alzo e vado a vedere. E quello, tutto sorridente, mi porge un vassoio con due piatti di “nasi goreng”, letteralmente riso fritto. Breakfast, esclama, tutto contento. L’avrei ammazzato. Prendo il vassoio, lo poggio nell’armadio, e mi rimetto a dormire. Mi sveglio davvero, tre ore dopo. Chiedo ad Ilaria: ma l’ho sognato? No – risponde – c’è del nasi nell’armadio. E il vassoio infatti è là.

Fatta colazione si riparte, direzione Sumenep, dall’altra parte di Madura. Tempo nemmeno mezzo chilometro, e la ruota davanti è a terra. Meccanico. Aggiustare. Ripartire. Maciniamo chilometri, tra pioggia e vari pericoli stradali, tipo camion in sorpasso a velocità folli su quella che ha la larghezza di una strada di campagna, ma asfaltata.


Il percorso incrocia la spiaggia turistica di Camplong. E visto che siamo mezzi morti, decidiamo di fare una sosta. Tanto più che non piove più. Individuato il posto, parcheggio, passeggiatina. La spiaggia è piccola, e nemmeno niente di speciale. L’attrazione principale sono i barcaioli locali, che propongono un giretto al largo sulla loro barca. Scegliamo quello con la faccia più simpatica, contrattiamo e alla fine abbiamo il nostro giro in barca.


Al nostro rientro, dopo circa una mezz’ora, veniamo tampinati da una vecchietta che vende latte di cocco, da bere direttamente dalla noce con una cannuccia. Da dove venite? Itali. Volete una noce di cocco? Non adesso, ci vogliamo riposare. Dai compratelo (queste ultime due frasi vengono ripetute diverse volte, con varianti). Ci stiamo iniziando ad arrabbiare. Non importa, basta che lo comprate. Lo prendiamo dopo! No, prendetelo adesso. AGH! Insomma, alla fine ha desistito, e dopo un po’ di tempo sono andato a darle soddisfazione, acquistando ‘sta benedetta noce di cocco.

Ripartiamo dalla spiaggia che è quasi buio, ma contando di farci gli ultimi chilometri verso Sumenep in un paio d’ore. Arrivati senza troppi imprevisti, ci mettiamo alla ricerca di una sistemazione per la notte. Primo hotel segnalato dalla guida: non esiste. Secondo hotel: esiste, ma si è spostato (ci dicono) e non lo troviamo. Terzo hotel, questo già un po’ fuori dal centro: tutto esaurito. Quarto hotel, ancora più fuori: tutto esaurito. Quinto hotel, finalmente. Ci deve essere qualche tipo di evento importante in città, finiti quasi tutti i posti. Mettiamo il motorino nell’area parcheggio motocicli, che funge anche da lavanderia e cucina, ed andiamo in stanza. Tempo di riprendersi, e fuori nella Sumenep notturna [vedi anche video più avanti], con la monumentale entrata della moschea, un po’ simbolo della città.



Giorno 5: Sumenep
Santo Stefano, rigorosamente alle 6 di mattina, qualcuno bussa alla porta. Brekfast brekfast. Già, avevo dimenticato. Alzo, apro, lui sorride, io un po’ meno, ringrazio, se ne va. Riso bianco, uovo fritto e nuvoletta di gamberi, stavolta. Poso il vassoio da qualche parte, e posso tornare a morire nel letto.


Tornati in vita ad un’ora normale andiamo a visitare il mercato della città. Siccome ha piovuto, bisogna stare davvero attenti a dove mettere i piedi. La seconda parte del video qui sotto, un po’ in stile documentaristico-giornalistico, riprende un giro tra le varie bancarelle, in mezzo a musica pop indonesiana sparata a tutto volume, urla dei mercanti, motorini caricati all’inverosimile, e gente varia che sorride in camera. (La prima parte è il primo giro a Sumenep di notte)


Giriamo nei dintorni per cercare di raggiungere il kraton (palazzo del sultano) locale. Dato che ce n’è uno anche a Yogya, siamo abbastanza curiosi. Trovato, una simpatica donna ci guida nel tour del palazzo, ormai adibito a museo della nobile casata. Il palazzo è molto bello, soprattutto i giardini (la foto qui sotto non rende giustizia), e non c’è nessuno in visita tranne noi. Colti da un violento temporale, rimaniamo bloccati con la nostra guida sotto uno dei padiglioni per circa un’ora. A un certo punto, stufa, lei si alza e dice e dice che adesso però deve andare a casa. Perché, stava aspettando noi? Saluti, e ci lascia là. Visitiamo l’ultima parte del palazzo, quindi, ripreso il motorino, ci dirigiamo al cimitero della famiglia reale.


La strada è un po’ tortuosa, e quasi tutta in salita. Quando chiediamo indicazioni, otteniamo ogni volta una informazione diversa: 7 chilometri, 5 chilometri, 9 chilometri. Ma tutti sono d’accordo su una cosa: è lontano. Irraggiungibile. Fermatevi a mangiare una cosa, prima, oggi non ce la fate ad arrivare. Insomma, alla fine erano nemmeno dieci minuti in motorino. 3 chilometri al massimo. Arrivati, ancora pioveva. Facciamo per entrare, ma ci chiedono di firmare un libro delle presenze e di lasciare un contributo per il mantenimento del luogo.


Il posto è tranquillo, si respira una bella atmosfera. Soprattutto, nell’area riservata alla sepoltura della famiglia del sultano. Là, un sacco di persone si sono riunite per pregare insieme e rendere omaggio. Aspettiamo che la folla si disperdi un pochino, e facciamo anche noi la nostra capatina. Tornati in città, breve capatina nella grande moschea al centro della città – con disappunto di Ilaria per avere il permesso di accedere solo all’area destinata alle donne.


In hotel per togliere i vestiti bagnati, e poi cena sfigata (per me) a base di una zuppa di carne di capra dal sapore indescrivibilmente cattivo. Rassegnati, dopo vari altri giri, ci ritiriamo.

Giorno 6: verso le spiagge del nord, casa del signor Yo Yo
Giorno dopo. 6 di mattina. Toc toc. Chi cavolo è. Brekfast brekfast. In piedi. Smadonnamenti. Apri. Grazie. Chiudi. Posi il vassoio. Giù a letto. È il 27 dicembre.

E’ il momento di ripartire. Ormai esperti, carichiamo il pesante zaino sul motorino e via. Pochi metri, e la marmitta inizia a fare un rumore di inferno. Ci fermiamo dal primo meccanico che troviamo, e chiediamo di dare un’occhiata. Ma qui aggiustiamo automobili, dicono. Si, ma vogliamo sapere solo se sta per esplodere. Mentre un ragazzo si mette al lavoro, un altro commenta infelicemente il fatto che sia Ilaria a guidare. Le donne non sono capaci. E’ l’uomo che deve guidare. Come dargli torto. Mentre trattengo Ilaria dal decapitare il tipo, il motorino è sistemato, e tra sorrisi e grazie grazie a denti stretti ripartiamo.

Ci dirigiamo verso la famosa spiaggia di Lombang. Dopo un’oretta di viaggio giungiamo a destinazione, fermandoci in mezzo ai pini marittimi, tra l’ilarità dei ragazzi-parcheggiatori. Solito scambio di convenevoli, e lasciato il fedele motorino ci incamminiamo verso la spiaggia assolata. Lungo la strada, giovani indonesiani intenti nei loro sport preferiti: scattarsi selfie e mangiare. Le parti più isolate del lunghissimo bagnasciuga sono praticamente deserte, tutti quanti si ammassano intorno ai vari chioschetti vicino l’entrata principale. Tutti i ragazzi fanno il bagno completamente vestiti, perché prendere il sole rende la pelle ancora più scura, e agli indonesiani non piace. Alcuni girano un video musicale a tema islamico ballando vicino a un cavallo. Altri ancora montano in tre o quattro su piccole motociclette, correndo e urlando sulla sabbia bianca. Arriviamo in un posto all’ombra, lontano dalla folla e dalla follia indonesiana, e non troviamo le chiavi del motorino. Lasciate al parcheggio. Torno indietro, cuocendomi i piedi e rischiando un’insolazione, il ragazzo al parcheggio ride e mi ridà le chiavi. Mi sta proprio bene. Mi incammino di nuovo sulla spiaggia. Bagno (non con i vestiti), riposo, sole. La spiaggia è meravigliosa. Quando è ora, decidiamo di andarcene e torniamo al motorino. E manca la felpa che Ilaria aveva lasciato legata alla sella. Montiamo su un mezzo casino, ma la felpa non esce fuori. Nessuno sa niente. Certo, come no. Rassegnati, dopo aver lanciato diverse minacce a vuoto, riprendiamo la strada.



Maciniamo i chilometri, seguendo le indicazioni di un tipo che ci indica una scorciatoia per la costa nord, dove si trova la spiaggia di Slopeng. Dopo un po’ l’asfalto finisce. La strada diventa una mulattiera. Pietre, fango e sassi. Scendo e cammino, per far andare Ilaria col motorino più leggero. Il paesaggio circostante ricorda vagamente la Puglia della mia infanzia. Con molta pazienza, e rischiando di distruggere la nostra cavalcatura, dopo un paio d’ore ritorniamo sull’asfalto. Abbiamo percorso poco più di 3 chilometri.


Stanchissimi, continuiamo diretti verso la spiaggia di Slopeng, pensando di trovare un altro angolo di paradiso come a Lombang. E invece.

Sta per fare buio, la benzina è quasi finita. Ci fermiamo ad uno dei tanti chioschetti che vendono benzina in bottiglia, e la signora ci fa le solite domande di rito. Rispondiamo che vogliamo andare a Slopeng, e chiediamo se conosce un albergo nei dintorni. Non ci sono alberghi fino a Bangkalan (la città di partenza, a circa 200 chilometri di distanza). Non sappiamo che fare. Vedendo la nostra disperazione, la signora ci propone di dormire a casa sua. Mio marito è il poliziotto locale, non vi preoccupate. Non vedendo altra alternativa, accettiamo, ed entriamo nella casa lì vicino.

La casa è una reggia. Le stanze sono tantissime, molte arredate principescamente. I poliziotti si trattano bene. Ma si vede comunque il tocco indonesiano: tra tutto, spicca il condizionatore della nostra camera, inserito trasversalmente in un buco nella parete che dà sulla stanza contigua. Perché comprare due condizionatori, quando si può bucare un muro e usarne solo uno per due camere, d’altra parte? Dopo una doccia, in attesa della cena, ci sediamo sulla veranda  e facciamo un po’ di conversazione con tutta la famiglia: poliziotto, moglie, figli (cinque, di diversa età), nonno, nonna, zio, zia. Vivono tutti insieme. E mentre il monsone fuori infuria, la famiglia ci interroga sulla forma dei nostri nasi (“Gli indonesiani ce l’hanno così – e si premono il naso – voi ce l’avete come gli indiani”), sul colore della nostra pelle (“Come è bianca!”), su cosa si mangia in Europa (“Non c’è sempre riso? – increduli – E cosa mangiate?”, qui è stata particolarmente tragica), su calcio e motociclette (ovviamente, Totti e Valentino), sull’attività di poliziotto del padrone di casa, il signor Yo Yo (“Prima che arrivassi io qui era pieno di bande criminali, ora sono tutti in galera!” – afferma orgogliosamente) e sulle sue capacità di capofamiglia (“Vedete come è grosso mio marito? Per questo mi ha dato cinque figli!” – dice la moglie). Poco e niente sul fatto che siamo in Indonesia per studiare la musica giavanese, cosa che di solito più colpisce gli indonesiani. Siamo decisamente lontani da Yogyakarta.

La cena si rivela un mezzo disastro. A tavola ci sono montagne di riso bianco, montagne di pesce arrosto, montagne di una cosa quadra marroncina ultrapiccante, avvolta in una foglia di palma, ricavata pestando e pressando insieme pescetti e peperoncini: davvero poco invitante. Lasciati soli, mangiamo tutto il possibile consentito dalla capacità dei nostri stomaci e dal nostro grado di tolleranza. Quando la famiglia (tutta quanta) entra per vedere come va, ci chiedono un po’ allarmati perché non abbiamo mangiato TUTTO. Non ci piace? E’ troppo, cerchiamo di spiegare, e questa cosa marroncina è troppo piccante (e qui mentiamo, lo ammetto). Rassicurati, ridacchiano di noi poveri occidentali, che non sappiamo gustare tali prelibatezze, e che siamo di stomaco debole. Il signor Yo Yo pensa bene di sottolineare che quella scodella di riso lui se la può mangiare anche da solo. Ci credo, con la sua stazza. Gli indonesiani hanno la magnifica capacità di farne sempre una questione di cibo, per qualsiasi cosa. Ringraziamo, e andiamo a dormire.

Giorno 7: ritorno a Bangkalan
Quando ci svegliamo, tutti sono già in piedi, più o meno indaffarati. Ci prepariamo velocemente, per toglierci dai piedi il più presto possibile, declinando i gentili inviti della padrona di casa a restare per un altro mese ancora. No, dobbiamo continuare. Salutiamo, e ripartiamo. Non so perché, non gli abbiamo fatto nemmeno una foto. Senza di loro saremmo stati nei guai. Grazie mille, davvero. È il 28 dicembre.

Prima di dirigerci verso Bangkalan ci fermiamo alla spiaggia di Slopeng, a circa 7 chilometri da casa del signor Yo Yo. La spiaggia non è niente di che: soliti ragazzi che fanno il bagno vestiti, soliti chioschetti che preparano cibo a rotazione. Qui invece delle motociclette vanno forte i cavalli. Un ragazzo si avvicina e mi chiede se voglio fare un giro. Il cavallo si chiama Shiva, come il dio della distruzione induista. Meglio lasciar perdere. Dopo un po’ di ore di sano ozio, ripartiamo. Sulla strada, incomprensibili cartelli con nomi familiari.



La sera arriviamo a  Bangkalan, di nuovo. Torniamo al nostro albergo di fiducia. Distrutti dal viaggio, decidiamo di restare in camera. La televisione propone una fantastica fiction indiana con ambientazione mitica, il Mahabarata Show. La storia è la stessa che viene rappresentata negli spettacoli di teatro delle ombre tanto comuni nella nostra Yogya. Rinfrancati, ci godiamo un po’ di aria di casa, pensando che domani torniamo a Giava.

Per i più curiosi e coraggiosi:




[Fine prima parte. Dato che le cose da scrivere sono tante, e che non mi faccio sentire da un po’ di tempo, ho deciso di separare un intervento in due. La seconda parte è in preparazione, abbiate pazienza. Sono pigro,e qua fa caldo.]

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