giovedì 18 settembre 2014

a day in the life: momenti di musica

Nonostante questi giorni siano ancora di assestamento, non passa un giorno senza che vada ad un concerto, uno spettacolo di danza, una festa di quartiere con musica dal vivo, o un festival o una competizione artistica. Situazione-tipo immaginaria: uno esce in motorino per andare a comprare i chiodi con cui appendere la zanzariera sopra il letto, e dopo essersi perso nelle viuzze alla ricerca del supermercato che gli era stato indicato, ecco che, girando l'ennesimo angolo - sempre imprecando silenziosamente contro pedoni, motociclisti e tassinari indisciplanati - ci si ritrova davanti a un palco: musica, danze, canti, cabaret. Ma non che la cosa si limiti alla musica tradizionale: qui si trova praticamente di tutto. Tanto per capirsi, ecco di seguito le diverse situazioni nelle quali mi sono trovato invischiato nei giorni scorsi.


Prima di tutto il Yogyakarta Art Festival, ospitato nei pressi del palazzo del sultano di Yogya (quindi la parte "in" della città), dove pittori, fotografi, artisti batik, musicisti e danzatori, oltre ad un nutrito pubblico, si sono ritrovati per una settimana dedicata, come è facile intuire dal nome dell'iniziativa, all'arte in generale. Mi metto in viaggio sul fedele motorino con l'intenzione di trovare qualche spettacolo di musica e danza tradizionale (che pure c'è stata, anche se per un tempo decisamente limitato), e invece mi ritrovo prima ad un concerto punk, quindi, il secondo giorno, ad uno rap, con la Yogyakarta Hip Hop Foundation che miscela suoni del tradizionale gamelan con elettronica e liriche che infiammano il pubblico della città.


Vagando nell'area del festival, tra le mille bancarelle di vestiti tradizionali, paccottiglie da turisti, cibo locale e quant'altro, vengo più volte fermato da completi sconosciuti che pagherebbero pur di farsi una foto con me. Stai al gioco, sorridi, tènchiu, e il giro ricomincia. Sono stato fotografato più in questa occasione di quanto non abbia mai tollerato nella mia vita.

Non essendo riuscito a saziare la mia voglia di arti più tradizionali, l'altra sera sono andato ad uno spettacolo di wayang kulit, il teatro delle ombre giavanese. Lo spettacolo inizia alle 21, e dura tutta la notte. Insieme ad alcuni amici ci siamo seduti in prima fila, dando evidentemente l'impressione al resto degli astanti che stessimo realmente capendo ciò che il dalang (burattinaio ma anche attore, musicista, sciamano, guaritore e quant'altro) recitasse durante la performance. Mi guardo intorno, e raccolgo sguardi di approvazione da parte di un gruppo di uomini seduti dietro di me: uno mi sorride compiaciuto, mi dice qualcosa in giavanese, e sembra aspettare una mia risposta. Non posso descrivere la sua delusione quando, in inglese, gli ho fatto capire che non parlo né la lingua indonesiana, né tantomeno il dialetto di Giava. Il suo sorriso si spegne, io mi rigiro, e continuo ad assistere, pienamente inconsapevole, alla performance. Dopo qualche secondo, sento qualcuno ridere alle mie spalle. Non muovo un muscolo. A mezzanotte, dopo tre ore di spettacolo, decido di averne abbastanza, e sgombro il campo.



Cambio di location: sera, Racily, un ristorante nei pressi dell'università, dove servono un ottimo milkshake, il "Caribbean nut", composto da caffè (forse), ghiaccio, cioccolato e (ebbene si) scaglie di formaggio. Dopo la prima scettica volta è diventato praticamente una droga. Insomma, sono seduto al tavolo, nella vana speranza di avere una connessione decente per controllare email e messaggi dalla tanto lontana patria, e del tutto inaspettatamente inizia una performance di musica elettronica / noise. Sempre perché non ci piace farci mancare niente.


Infine, la festa di quartiere. Notte, arrivo a Kotagede, famoso per la lavorazione dell'argento, scortato insieme ad alcuni amici da un ragazzo indonesiano invischiato nell'organizzazione del festival. Parcheggiamo il motorello, e si entra: firmiamo una specie di foglio delle presenze – nome, da dove vieni, firma – quindi ci viene regalata una scatola contenente cose da stuzzicare. Sul palco l'immancabile orchestra gamelan accompagna le danze dei bambini, incoraggiati dagli applausi di genitori e parenti che si trovano in primissima fila. Prendiamo posto sulle sedie, attirando per buoni cinque minuti tutta l'attenzione del pubblico, eclissando la performance dei ragazzi con la sola nostra presenza. In meno di un secondo il capo del quartiere, più altre importanti personalità, si sporgono sopra di noi, stringendoci la mano e chiedendoci da dove veniamo. La speranza di non essere fotografati svanisce quando l'organizzatore estrae una macchinetta e inizia a flasharci. E anche qui, sorriso, tènchiu e passa la paura. Visto che il gioco funziona, si passa al livello avanzato, ovvero le foto con i bambini. Altro giro, altra corsa. Il terrore vero è stato quando dal palco abbiamo distinto le parole "bulé" (stranieri) e "italì": già pronti a fuggire, nessuno ha però richiesto la nostra presenza sul palco. Passata la strizza, ci rilassiamo e ci godiamo lo spettacolo. Dopo le danze dei pargoli e un improvvisato coro femminile, viene portato sul palco la rappresentazione di albero: alcuni danzatori accendono le candele poste sulla punta (rischiando di dare fuoco ad un microfono che pende da soffitto, tra l'altro), quindi iniziano a danzarci intorno al suono dei gong del gamelan. Chiedendo di cosa si trattasse, mi viene spiegato che è un rituale per la fertilità.


Terminato lo show, ci alziamo per andarcene: un'ultima foto, un'ultima stretta di mano con gli organizzatori, sorrisi e ringraziamenti da entrambe le parti. Ci avviamo al motorino, sicuri di trovarlo dove l'avevamo lasciato due ore prima. E invece non c'è. Attimi di panico, poi un ragazzo si avvicina sorridente: ci dice che ha "parcheggito bene" il motorino, spostandolo qualche metro più in là, in un angolo buio. Duemila rupie indonesiane per l'ottimo servizio e la botta di ansia, un ultimo grazie e si torna a casa.

1 commento:

  1. Mi verrebbe da commentare con la nota reduplicazione espressiva di Cetto la Qualunque, ma mi astengo ...
    La botta del motorino finale è arrivata anche a me!
    Mario

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