Nonostante questi giorni siano ancora
di assestamento, non passa un giorno senza che vada ad un concerto,
uno spettacolo di danza, una festa di quartiere con musica dal vivo,
o un festival o una competizione artistica. Situazione-tipo
immaginaria: uno esce in motorino per andare a comprare i chiodi con
cui appendere la zanzariera sopra il letto, e dopo essersi perso
nelle viuzze alla ricerca del supermercato che gli era stato
indicato, ecco che, girando l'ennesimo angolo - sempre imprecando
silenziosamente contro pedoni, motociclisti e tassinari
indisciplanati - ci si ritrova davanti a un palco: musica, danze, canti,
cabaret. Ma non che la cosa si limiti alla musica tradizionale: qui
si trova praticamente di tutto. Tanto per capirsi, ecco di seguito le
diverse situazioni nelle quali mi sono trovato invischiato nei giorni
scorsi.
Prima di tutto il Yogyakarta Art
Festival, ospitato nei pressi del palazzo del sultano di Yogya
(quindi la parte "in" della città), dove pittori,
fotografi, artisti batik, musicisti e danzatori, oltre ad un nutrito
pubblico, si sono ritrovati per una settimana dedicata, come è
facile intuire dal nome dell'iniziativa, all'arte in generale. Mi
metto in viaggio sul fedele motorino con l'intenzione di trovare
qualche spettacolo di musica e danza tradizionale (che pure c'è
stata, anche se per un tempo decisamente limitato), e invece mi
ritrovo prima ad un concerto punk, quindi, il secondo giorno, ad uno
rap, con la Yogyakarta Hip Hop Foundation che miscela suoni del
tradizionale gamelan con elettronica e liriche che infiammano il
pubblico della città.
Vagando nell'area del festival, tra le
mille bancarelle di vestiti tradizionali, paccottiglie da turisti,
cibo locale e quant'altro, vengo più volte fermato da completi
sconosciuti che pagherebbero pur di farsi una foto con me. Stai al
gioco, sorridi, tènchiu, e il giro ricomincia. Sono stato
fotografato più in questa occasione di quanto non abbia mai
tollerato nella mia vita.
Non essendo riuscito a saziare la mia
voglia di arti più tradizionali, l'altra sera sono andato ad uno
spettacolo di wayang kulit, il teatro delle ombre giavanese. Lo
spettacolo inizia alle 21, e dura tutta la notte. Insieme ad alcuni
amici ci siamo seduti in prima fila, dando evidentemente
l'impressione al resto degli astanti che stessimo realmente capendo
ciò che il dalang (burattinaio ma anche attore, musicista, sciamano, guaritore e quant'altro) recitasse durante la performance. Mi
guardo intorno, e raccolgo sguardi di approvazione da parte di un
gruppo di uomini seduti dietro di me: uno mi sorride compiaciuto, mi
dice qualcosa in giavanese, e sembra aspettare una mia risposta. Non
posso descrivere la sua delusione quando, in inglese, gli ho fatto
capire che non parlo né la lingua indonesiana, né tantomeno il
dialetto di Giava. Il suo sorriso si spegne, io mi rigiro, e continuo
ad assistere, pienamente inconsapevole, alla performance. Dopo
qualche secondo, sento qualcuno ridere alle mie spalle. Non muovo un muscolo. A mezzanotte, dopo tre ore di spettacolo, decido di averne
abbastanza, e sgombro il campo.
Cambio di location: sera, Racily, un
ristorante nei pressi dell'università, dove servono un ottimo
milkshake, il "Caribbean nut", composto da caffè (forse),
ghiaccio, cioccolato e (ebbene si) scaglie di formaggio. Dopo la
prima scettica volta è diventato praticamente una droga. Insomma,
sono seduto al tavolo, nella vana speranza di avere una connessione
decente per controllare email e messaggi dalla tanto lontana patria,
e del tutto inaspettatamente inizia una performance di musica
elettronica / noise. Sempre perché non ci piace farci mancare
niente.
Infine, la festa di quartiere. Notte,
arrivo a Kotagede, famoso per la lavorazione dell'argento, scortato
insieme ad alcuni amici da un ragazzo indonesiano invischiato
nell'organizzazione del festival. Parcheggiamo il motorello, e si
entra: firmiamo una specie di foglio delle presenze – nome, da dove
vieni, firma – quindi ci viene regalata una scatola contenente cose
da stuzzicare. Sul palco l'immancabile orchestra gamelan accompagna
le danze dei bambini, incoraggiati dagli applausi di genitori e
parenti che si trovano in primissima fila. Prendiamo posto sulle
sedie, attirando per buoni cinque minuti tutta l'attenzione del
pubblico, eclissando la performance dei ragazzi con la sola nostra
presenza. In meno di un secondo il capo del quartiere, più altre
importanti personalità, si sporgono sopra di noi, stringendoci la
mano e chiedendoci da dove veniamo. La speranza di non essere
fotografati svanisce quando l'organizzatore estrae una macchinetta e
inizia a flasharci. E anche qui, sorriso, tènchiu e passa la paura.
Visto che il gioco funziona, si passa al livello avanzato, ovvero le foto con i bambini. Altro giro, altra corsa. Il terrore
vero è stato quando dal palco abbiamo distinto le parole "bulé"
(stranieri) e "italì": già pronti a fuggire, nessuno ha
però richiesto la nostra presenza sul palco. Passata la strizza, ci
rilassiamo e ci godiamo lo spettacolo. Dopo le danze dei pargoli e un
improvvisato coro femminile, viene portato sul palco la
rappresentazione di albero: alcuni danzatori accendono le candele
poste sulla punta (rischiando di dare fuoco ad un microfono che pende
da soffitto, tra l'altro), quindi iniziano a danzarci intorno al
suono dei gong del gamelan. Chiedendo di cosa si trattasse, mi viene
spiegato che è un rituale per la fertilità.
Terminato lo show, ci alziamo per
andarcene: un'ultima foto, un'ultima stretta di mano con gli
organizzatori, sorrisi e ringraziamenti da entrambe le parti. Ci
avviamo al motorino, sicuri di trovarlo dove l'avevamo lasciato due
ore prima. E invece non c'è. Attimi di panico, poi un ragazzo si
avvicina sorridente: ci dice che ha "parcheggito bene" il
motorino, spostandolo qualche metro più in là, in un angolo buio.
Duemila rupie indonesiane per l'ottimo servizio e la botta di ansia,
un ultimo grazie e si torna a casa.
Mi verrebbe da commentare con la nota reduplicazione espressiva di Cetto la Qualunque, ma mi astengo ...
RispondiEliminaLa botta del motorino finale è arrivata anche a me!
Mario