L'ultimo mese è stato abbastanza pieno. Sopratutto, due cose hanno impegnato le scorse settimane: il tanto agognato viaggio in Birmania, e i preparativi per il ritorno in Italia, ormai prossimo.
Dato che esiste già un blog sulla Birmania, non annoierò ripetendo sempre la stessa musica. Ci tengo però a sottolineare che nel frattempo là sono cambiate parecchie cose: per esempio, il visto turistico di entrata di cui sopra. Averlo, fino a qualche anno fa, significava un bel po' di stress, nella migliore delle ipotesi. Adesso si va su internet, si paga, si aspetta, e dopo pochissimo arriva la conferma. Se penso a tutto quello che ho dovuto passare io mi viene da piangere.
Comunque, si è colta l'occasione per fare ben sedici ore di transito all'aeroporto di Singapore. Può sembrare un inferno, e in effetti un po' lo è stato. Ma l'aeroporto è super organizzato, e la cosa migliore sono probabilmente i massaggia-piedi automatici che, gratuitamente, per quindici minuti, si prendono cura delle estremità inferiori di poveri e stanchi viaggiatori.
Altro vantaggio, se si aspetta più di cinque ore all'aeroporto, è possibile fare un tour gratuito della piccola città-stato sudestasiatica. La guida del gruppo non fa altro che terrorizzare i visitatori, ribadendo continuamente che, se non si risale in tempo sull'autobus del tour, il bus parte e ti lascia a provare il servizio taxi di Singapore. Terrorismo psicologico.
Chiudiamo la parentesi singaporiana, facciamo un salto sulla permanenza birmana, e torniamo in Indonesia, Yogyakarta. Come dicevo, tra pochi giorni si torna a casa, e le cose da fare sono molte. Per esempio, io fino a pochi giorni fa non ero ancora mai stato a Prambanan, il famoso tempio induista che TUTTI visitano appena arrivano a Yogyakarta, dato che dista pochissimi chilometri dalla città. Io no, io ho aspettato dieci mesi per vederlo. Ne è valsa la pena.
Potrei stare qua a fare un elenco di "ultime cose": l'ultimo intervento sul blog, tanto per cominciare. L'ultimo giro a Malioboro, la via turistica per eccellenza di Yogyakarta. L'acquisto degli ultimi souvenir. L'ultimo "nasi goreng" (per i disattenti, "riso fritto"), che come si vede nella foto mi hanno servito con patatine colorate di dubbia provenienza. L'ultimo saluto a varie persone tra cui il mio bonario insegnante privato di musica.
Casa è ormai vuota. Venduti i mobili, staccati i quadri. Addio, fedele ventilatore, e grazie. Non abbiamo avuto cuore di dare via pure i tappeti, dato che i gatti li hanno eletti a loro angolo di ristoro preferito. Tra l'altro i due felini ultimamente girano sempre per casa, come se presagissero che presto resteranno senza i loro padroncini adottivi.
La raccolta delle ultime cose. Al centro del salone campeggiano adesso solo scatole e valigie stipate di roba. Organizzare la spedizione via nave container degli strumenti musicali e delle due scatole di plastica è stato (ed è ancora, dato che al momento stanno ancora là) una fatica che non posso raccontare. L'ultimo immane sforzo. Un inferno, tra preventivi con il paziente omino delle poste e ripensamenti continui, tipo "questo lo metto qua, questo me serve me lo porto, questo c'entra, no che non c'entra, c'entra, c'entra, a quanti chili è arrivata la valigia..." Ma dovremmo avercela fatta ormai.
Quindi, quasi in partenza. L'ultima cena con gli italiani che restano qua, fedeli alla trappola dorata che per molti è l'Indonesia. E l'ultima cena con gli amici indonesiani, anche se col Ramadan già iniziato è un po' complicato convincerli a venire ad una festa.
Mi immagino già lo spirito con cui verrò accolto a casa.


Continuano i riferimenti a "Jurassic park" ("...ho un'isola, al largo del Costarica..."). A presto, LoZio e LaZia
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