mercoledì 24 giugno 2015

Ritorno a casa

L'ultimo mese è stato abbastanza pieno. Sopratutto, due cose hanno impegnato le scorse settimane: il tanto agognato viaggio in Birmania, e i preparativi per il ritorno in Italia, ormai prossimo.



Dato che esiste già un blog sulla Birmania, non annoierò ripetendo sempre la stessa musica. Ci tengo però a sottolineare che nel frattempo là sono cambiate parecchie cose: per esempio, il visto turistico di entrata di cui sopra. Averlo, fino a qualche anno fa, significava un bel po' di stress, nella migliore delle ipotesi. Adesso si va su internet, si paga, si aspetta, e dopo pochissimo arriva la conferma. Se penso a tutto quello che ho dovuto passare io mi viene da piangere.

Comunque, si è colta l'occasione per fare ben sedici ore di transito all'aeroporto di Singapore. Può sembrare un inferno, e in effetti un po' lo è stato. Ma l'aeroporto è super organizzato, e la cosa migliore sono probabilmente i massaggia-piedi automatici che, gratuitamente, per quindici minuti, si prendono cura delle estremità inferiori di poveri e stanchi viaggiatori.


Altro vantaggio, se si aspetta più di cinque ore all'aeroporto, è possibile fare un tour gratuito della piccola città-stato sudestasiatica. La guida del gruppo non fa altro che terrorizzare i visitatori, ribadendo continuamente che, se non si risale in tempo sull'autobus del tour, il bus parte e ti lascia a provare il servizio taxi di Singapore. Terrorismo psicologico.





Singapore è diversa da qualsiasi città del Sudest Asiatico: organizzatissima, pulitissima, sembra di stare in Svizzera più che a pochi chilometri dalle caotiche capitali come Bangkok, Jakarta, o Yangon. I posti che ti fanno visitare sono ovviamente i più suggestivi: la riva del fiume da cui ammirare i grattacieli illuminati, la statua del mezzo leone-pesce, simbolo della città, e i giganteschi "super-tree", alberi artificiali di 30 metri che di notte vengono illuminati, dando la sensazione di stare sul set di Avatar. Ma in generale sembra di stare un po' in una città di piccole formichine, dove tutti stanno al loro posto, tutti procedono ordinatamente a fare il compito loro assegnato, senza sgarrare di una virgola. Insomma, una sensazione abbastanza straniante. Niente a che vedere con quanto canta Tom Waits, ecco.


Chiudiamo la parentesi singaporiana, facciamo un salto sulla permanenza birmana, e torniamo in Indonesia, Yogyakarta. Come dicevo, tra pochi giorni si torna a casa, e le cose da fare sono molte. Per esempio, io fino a pochi giorni fa non ero ancora mai stato a Prambanan, il famoso tempio induista che TUTTI visitano appena arrivano a Yogyakarta, dato che dista pochissimi chilometri dalla città. Io no, io ho aspettato dieci mesi per vederlo. Ne è valsa la pena.



Potrei stare qua a fare un elenco di "ultime cose": l'ultimo intervento sul blog, tanto per cominciare. L'ultimo giro a Malioboro, la via turistica per eccellenza di Yogyakarta. L'acquisto degli ultimi souvenir. L'ultimo "nasi goreng" (per i disattenti, "riso fritto"), che come si vede nella foto mi hanno servito con patatine colorate di dubbia provenienza. L'ultimo saluto a varie persone tra cui il mio bonario insegnante privato di musica.



Casa è ormai vuota. Venduti i mobili, staccati i quadri. Addio, fedele ventilatore, e grazie. Non abbiamo avuto cuore di dare via pure i tappeti, dato che i gatti li hanno eletti a loro angolo di ristoro preferito. Tra l'altro i due felini ultimamente girano sempre per casa, come se presagissero che presto resteranno senza i loro padroncini adottivi.


La raccolta delle ultime cose. Al centro del salone campeggiano adesso solo scatole e valigie stipate di roba. Organizzare la spedizione via nave container degli strumenti musicali e delle due scatole di plastica è stato (ed è ancora, dato che al momento stanno ancora là) una fatica che non posso raccontare. L'ultimo immane sforzo. Un inferno, tra preventivi con il paziente omino delle poste e ripensamenti continui, tipo "questo lo metto qua, questo me serve me lo porto, questo c'entra, no che non c'entra, c'entra, c'entra, a quanti chili è arrivata la valigia..." Ma dovremmo avercela fatta ormai.


Quindi, quasi in partenza. L'ultima cena con gli italiani che restano qua, fedeli alla trappola dorata che per molti è l'Indonesia. E l'ultima cena con gli amici indonesiani, anche se col Ramadan già iniziato è un po' complicato convincerli a venire ad una festa.

Mi immagino già lo spirito con cui verrò accolto a casa.

1 commento:

  1. Continuano i riferimenti a "Jurassic park" ("...ho un'isola, al largo del Costarica..."). A presto, LoZio e LaZia

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